lunedì 28 novembre 2011

Il ruolo della mente nel processo di guarigione

In gravidanza mia moglie soffriva sempre di problemi alla schiena.
Di solito, intorno al settimo mese, due vertebre della zona lombare su spostavano e lei aveva l'abitudine di andare tutte le settimane dal chiropratico per farsi trattare. In quest'occasione, però, non c'era nessuno che potesse trattarla.
Marilyn era specializzata nelle tecniche di immaginazione guidata e chiese a Sabine se accettava di fare da volontaria davanti al suo gruppo e lei accettò.
Marilyn chiese a Sabine di sdraiarsi per terra, di allentare i vestiti e di fare alcuni respiri profondi. Le chiese poi di immaginare un luogo familiare in cui sentirsi al sicuro completamente e di descriverglielo.
Sabine descrisse un posto nella parte meridionale dello Utah, scendendo sempre di più nei dettagli e appassionandosi al compito. Pian piano si rilassò del tutto.
A quel punto Marilyn le chiese di spostare l'attenzione sull'utero e sul bambino e guidò Sabine in un dialogo con il nascituro nel quale veniva chiesto alla bambina (conoscevamo il sesso) di nascere puntuale (lei acconsentì) e di aiutarla a rendere il travaglio veloce e senza intoppi.
"Come si sente?" chiese Marilyn.
"Vuole lavorare su qualcos'altro? Magari sulla schiena?"
"D'accordo..."
"Bene. Allora sposti l'attenzione sulla parte della schiena che le duole e mi dica cosa vede."
Sabine ebbe un sussulto.
"Mi dica cosa vede."
"È tutto nero."
"Vada in quell'oscurità e veda se ha qualcosa da dirle."
"Dice che è veramente arrabbiata con me."
Sotto la guida di Marilyn Sabine scoprì che la sua schiena era irritata con lei perchè non se ne prendeva cura.
"Le chieda se vuole che faccia qualcosa in particolare."
"Dice che vuole ci metta sopra degli asciugamani caldi. Dice che smetterà di farmi male."
"Come si sente ora?"
"Decisamente meglio."
"Le chieda se può far sparire del tutto il dolore."
"Si, dice che lo farà."
Quando Sabine ritornò ad uno stato di coscienza normale, il dolore era del tutto assente e non si ripresentò per tutto il resto della gravidanza.
(...)

Tratto da "Guarire da soli" di Andrew Weil

domenica 20 novembre 2011

Depressione e Solitudine

[...] La decisione di prendere degli psicofarmaci giunse dopo una notte passata sul pavimento della mia camera da letto a cercare di convincermi che non dovevo ferirmi il braccio  con un coltello da cucina. Vinsi la battaglia, ma a stento. Altre idee mi passavano per la testa, come saltare giù dalla finestra o spararmi un colpo alla tempia per non soffrire piu'.
Ma quella notte passata con un coltello in mano si rivelò utile.
La mattina dopo, appena sorto il sole, telefonai alla mia amica Susan e la supplicai di aiutarmi. Credo che nella storia della mia famiglia nessuna donna prima di me si sia fermata nel bel mezzo della strada e nel bel mezzo della propria vita per gridare: "Non posso fare neanche un altro passo - qualcuno mi aiuti."
Certo, alle mie antenate non sarebbe servito a niente, nessuno avrebbe potuto o voluto aiutarle. Come unico risultato sarebbero morte di fame insieme alla loro famiglia. Non riuscivo a smettere di pensare a loro. 
E non dimenticherò mai la faccia di Susan quando entrò di corsa in casa mia un'ora dopo la telefonata e mi vide, un fagotto sul divano. L'iimagine del mio dolore riflessa sul suo viso mentre mi guarda e teme per la mia vita è ancora oggi uno dei ricordi più spaventosi del mio repertorio. Mi raggomitolai a palla mentre Susan telefonava a uno psichiatra disposto a vedermi quel giorno stesso per prescrivermi degli antidepressivi. La sentii dire: "Temo che possa veramente farsi del male." Lo temevo anch'io.
Quando andai dallo psichiatra, quel pomeriggio, mi domandò perchè avevo aspettato tanto a farmi aiutare, come se non avessi già cercato così a lungo di aiutarmi da sola. Gli spiegai le mie obiezioni e le riserve sugli antidepressivi . Allinenando sulla sua scrivania le copie dei tre libri che avevo scritto, gli dissi: "Sono una scrittrice, per favore, non faccia niente che intacchi la mia mente."
"Se avesse mal di fegato" mi rispose "non si curerebbe il fegato?" Evidentemente non conosceva la mia famiglia, altriementi avrebbe saputo che un Gilbertsi sarebbe rifiutato di farsi curre il fegato, visto che da noi qualsiasi malattia viene sempre considerata un fallimento personale, etico, morale.
Mi prescrisse vari farmaci - Xanax, Zoloft. Welbutrin, Busperin - finchè non riuscimmo a  trovare la combinazione che non mi dava la nausea e non riduceva la mia libido a un vago, lontano ricordo.  In meno di una settimana sentii aprirsi nella mia mente uno spiraglio di luce. Inoltre riuscivo finalmente a dormire. E questo era il vero regalo, perchè, finchè non si dorme non si esce dal tunnel. Le pastiglie mi permettevano di recuperare le ore di sonno, impedivano alle mie mani di tremare, allentavano la morsa che mi stringeva il petto e spegnevano il motore che alimentava il mio panico.

Ora sono qui a Roma. Depressione e Solitudine si sono di nuovo intrufolati nella mia vita. Ho preso Wellbutrin tre giorni fa. Ho ancora delle pastiglie in un cassetto, ma non le voglio, intendo liberarmene per sempre. E non voglio nemmeno che Depressione e Solitudine mi ronzino intorno, ma non so come impedirglielo, quindi mi avvito su me stessa in preda al panico. 
Per stesera mi limito ad afferrare il libretto di appunti che tengo vicino al letto in caso di emergenza. Lo apro. Sulla prima pagina vuota scrivo: "Mi serve il tuo aiuto."
Poi aspetto. Poco dopo, nella mia grafia, appare la risposta: "Sono qui, che cosa posso fare per te?"
Da chissà dove, dentro di me, arriva la risposta di una presenza familiare, che mi dà tutte le certezze che ho sempre desiderato nei momenti difficili. Ecco che cosa scrivo:

Sono qui, ti voglio bene. Non m'importa se non puoi fare a meno di stare sveglia tutta la notte a pinagere. io ti rimarrò accanto. Se avrai di nuovo bisogno di farmaci, ricomincia pure a prenderli, io ti vorrò bene anche così.  Se non ne hai bisogno, ti vorrò bene comunque. Niente può farti perdere il mio amore. Ti porteggerò fino alla morte, fino a dopo la morte. Sono più forte di Depressione, più audace di Solituidine e niente potrà mai stancarmi.

Mi addormento con il quaderno poggiato sul petto, aperto sull'ultimo passaggio rassicurante. La mattina, quando mi risveglio, Depressione non c'è più, se n'è andato chissà dove notte tempo, lasciando solo una traccia leggera nell'aria. E anche il suo amico Solitudine ha tolto il disturbo.

(tratto da "Mangia, prega, ama" di Elizabeth Gilbert)

La Festa dei Morti a Palermo

“ Pi rifriscarici l’arma ” A Palermo, ancora oggi, per la Festa dei morti, i genitori regalano ai bambini dolci e giocattoli, dicendo loro...