Nella Repubblica di Platone, Libro X, ci viene raccontata la storia di Er, un guerriero coraggioso che muore in battaglia e, giusto un attimo prima che il suo funerale venisse celebrato con l'accensione della pira sulla quale era disteso, si risveglia e racconta di essere stato nei regni oltre la morte e di aver conosciuto coloro che vi abitano.
Una vera e propria esperienza di premorte: Er si sveglia dal profondo coma nella quale era caduto e come tanti testimoni oggi, celebri e meno celebri, racconta il suo personale tunnel di luce per accedere all'Aldilà.
Ciò che riporta Er non ha solo a che vedere con questo Mondo delle Idee che oggi chiameremmo piano astrale, nel quale i desideri prendono forma prima di essere tradotti in materia (così funziona l'astrale e a questo probabilmente si riferiva Platone), ma anche con ciò che accade all'anima prima di ritornare in vita.
Perché sì, si ritorna, non prima però di aver scelto il proprio Destino.
E' Platone stesso a dirci che la maggiore o minore virtù della vita futura non ci è imposta dagli dei, ma è diretta conseguenza della nostra elevazione morale e spirituale e del nostro passato.
Non rinascerò santo se nella vita precedente non ho già piantato i semi del mio risveglio.
Come solerti agricoltori torniamo al nostro terreno vita dopo vita, incarnazione dopo incarnazione, cercando di migliorare il raccolto.
Ma come faremo a ricordare chi vogliamo/dobbiamo essere?
Er racconta che un momento prima di incarnarsi l'anima beve al fiume Lete, procurandosi l'oblio.
Eppure qualcuno, i filosofi forse, o i saggi, scelgono di bere di meno e di ricordare di più.
Sarà forse il caso di quei bambini che conservano ricordi così vividi della vita precedente, o dei Rinpoche tibetani che rinascono maestri, fra tutti il Dalai Lama?
Potrebbe.
Gli antichi misteri orfici e pitagorici non si discostano molto dai principali insegnamenti buddisti.
Ma, per chi nasce e non ha la fortuna di essere fra questi?
L'anima sceglie per sé un compagno, un alter ego, una guida che ricorderà per lei chi essere, quale forma rivestire, quale destino incarnare, dove è meglio non spingere il passo.
Lo diceva Socrate, di avere fin da bambino un daimon impiccione che gli parlava di continuo, suggerendogli più cosa non fare che cosa intraprendere.
Pare che lo consultasse spesso.
Questo invisibile compagno è stato chiamato in molti modi: per Socrate e Platone era un demone o un genio, per gli Ebrei un mal'akh, per i greci un ánghelos.
I Babilonesi avevano i sukkai, i Persiani i daeva.
Credevamo forse di essere stati originali noi europei a inventarci questa creatura chiamata angelo che ci figuriamo bionda e con gli occhi chiari come per i greci lo furono i portatori di vittoria?
Cristiani e islamici arrivano molto dopo, mentre la figura di questo essere alato medium fra l'uomo incarnato e il dio/gli dei è davvero antichissima.
E in qualche modo noi uomini moderni lo abbiamo demansionato, attribuendogli il solo ruolo di custode della nostra salvezza, morale e spesso anche fisica.
Fin dall'inizio dei tempi, invece questa creatura rivestì un compito più alto.
Lo lasciamo dire a Hillman, nel suo Il Codice dell'Anima.
“Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi
sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve
un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è
unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo
tutto questo e crediamo di essere venuti vuoti. È il daimon
che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del
disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro
destino”.
