Domani mattina si sale alla Signora Nera sulla cima della montagna di Montevergine.
"Simmo juti e simmo venuti, quanta razie c'avimmo avute."
Qui da me Candelora è Lei, la più scura, ombrosa, ritrosa delle sette sorelle, abbarbicata sulla roccia brulla. Una volta portava il nome di Cibele e di Artemide, Signore delle Fiere custodi di un antico potere selvaggio che fa germinare ciò che ci sostiene, ma ne contiene anche l'intrinseca violenza.
La vita è alternanza di energie non domate che il nostro pensiero spesso rimanda al di là del quotidiano.
La terra è anche terraemotus, è durezza, asprezza, il volto scuro a cui i nostri antichi sacrificavano la propria parte virile, consci della sua stretta rivendicazione, del suo essere anche madre fagocitante.
Montevergine, con il vento gelido che la squassa all'uscita della funicolare, con lo sguardo arcigno del Priore che ogni anno si scontra con la carovana dei femminielli che va a salutare Mamma Schiavona, con le asprezze del suo rito, nuovo e antico, con la mistura strana ed inebriante di religiosità popolare, veterocattolicesimo e miti, incanta con la sua stramberia.
Entri nel Santuario tenuto in ombra, come secondo me piace alla Madre, e scorgi il quadro della Nera che ovviamente qui si chiama Maria.
Prima c'è la Messa, ma poi entrano le paranze che partono all'alba da Ospedaletto e salgono la montagna a piedi in devozione e tra curiosi passi avanti e indietro di granchio cantano le loro giaculatorie accompagnati dalle tammorre (che spesso oggi i preti sequestrano all'ingresso in chiesa, ahimè).
La Chiesa qui si è impossessata di qualcosa che non capisce, di questa antichissima venerazione a una Madre che, spesso, in territorio campano, assume connotazioni oscure, graffianti, imperative.
Solo se vado col pensiero alla Madonna dei Bagni di Scafati, riconosco la Stella Diana insieme ctonia e iperurania, che è ingentilita nell'aspetto dai ricci inanellati dei capelli e dalla Venere che le brilla in petto (e come si chiama Venere qui da noi se non stella riana?).
Ma la Severa fa capolino nella gelosa e possessiva Madonna dell'Arco, nel cipiglio chiuso di quella di Materdomini e nella Maria delle Galline di Pagani, e in Mamma Schiavona, estrema, porta di apertura e chiusura del ciclo dell'Anno fertile che qui inizia con lei il 2 Febbraio e con lei si conclude il 12 Settembre.
Poi in ginocchio vedi donne che gradino per gradino salgono in ginocchio dalla scala che una volta era la principale del Santuario e per loro ancora lo è, accesso al cuore nero della Nera, quando oggi i preti anche questo hanno tolto designando un altro ingresso, stravolgendo i costumi, negando le appartenenze.
Mamma Schiavona non appartiene a loro, che possono rivendicare solo questa immagine vacillante di Maria.
Appartiene a ciò che avviene nel santuario quando le paranze entrano: a quella trance curiosa generata da nenie cantilenate al ritmo di tamburo che zittiscono in un unico sussurro di rispetto la folla vociante di umanità venuta su dalle pendici della severa montagna.
E si capisce che il rito è più antico, che la voce taglia il tempo e riecheggia dalle origini.
I tammurriatori, i fisarmonicisti, i cantori più bravi salgono e compiono la loro "devozione".
Spesso la loro arte è al soldo, ma a Mamma Schiavona si canta per amore e per buon auspicio, si canta per i più antichi voti del mondo: fertilità, pace, abbondanza, consci che Lei racchiude nel suo viso scuro la luce della Schiava,della Reietta,dell'Ultima.
La Nascosta.
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