domenica 20 marzo 2011

La "seppolella", il toro e la resurrezione equinoziale.

Qui dove io vivo, in queste zone così tanto battute dallo zoccolo del Toro che riverbera il suo nome nei molti siti di origine longobarda (Torello, Tuoro, Montoro), torna per San Giuseppe, ma in realtà per l'Equinozio che bussa alle porte della terra e dei campi, un tipicissimo dolce: la "seppolella", nelle molte sue varianti, da quella cotta, che incoropora una dose di semolino, a quella più contemporanea, a cui talvolta si aggiungono le patate.
Tradizione vuole che questa succulenta delizia venga riproposta, e non casualmente, sia per la festa del Santo artigiano, patrono dei falegnami, che per il Solstizio d'inverno, quando essa viene consumata di fronte al tradizionale "fucarone", bollente, fumante e appena estratta dal dorato olio, quasi il simbolo di una regalità aurea sottratta alla vampa delle fiamme, dono di Prometeo agli uomini.
Perchè la zeppola ritorna in queste due festività e in che modo essa è collegata alla proverbiale fertitlità del toro?
Cinquemila anni fa l'equinozio di primavera nasceva nella casa zodiacale che porta il nome di questo mitico animale che tante leggende occupa e tradizioni, spesso di profonda natura spirituale.
L'aleph fenicio era la testa del toro e così la zeppola che viene raccolta in tal guisa a simboleggiare l'archetipico inizio di tutte le cose, ma non solo.
Nel cerchio che chiude se stesso, nel serpente che morde la sua coda ritroviamo l'antichissimo glifo dell'uroburo, simbolo di eternità, quando ancora essa non significava il procedere della linea retta verso l'infinito dei tempi, bensì l'eterno ritorno di ogni cosa nella stessa essenza, ma con le nuove forme dell'incarnazione.
Così per tutti i dolci che richiamano il cerchio boreale: la ciambella, il roccocò che tanto si consuma dalle nostre parti, nelle zone del napoletano e dell'agro nocerino- sarnese, e che ancora non viene sconfitto dalla presunzione del panettone industriale, ma ribadisce il simbolo antico dello scorrere del tempo.
Quanto per gli antichi era importante il ritorno della Luce?
Già il Solstizio celebrava il primo affiorare del Sole oltre le tenebre del mondo e l'Equinozio è festa intermedia prima che l'ebrezza di Calendimaggio ne sancisca la definitiva vittoria.
Tutto questo periodo si pone in osservazione attenta, nel mondo rurale, dei cicli del tempo cronologico e stagionale, in attesa che, come il ricordo e la memoria tramandano, gli antichi segni si ripetano di nuovo, volta dopo volta, come perenni promesse di abbondanza: gemme sull'albero, uova per le galline, agnelli per il pascolo.
Si attende che il Toro giunga e benedica la terra con il suo zoccolo salvifico (Osiride antico dio del grano che muore e si rigenera, Dioniso- Zagreus smembrato e riassemblato, Cristo morto e risorto, tutte divintà taurine nell'accezione lunare di questa deità archetipica) e nell'attesa si mangiano le zeppole, rituale pasto eucaristico, che rappresentano il corpo del dio, una volta di più "divorato" perchè possa risorgere a nuova forma.

domenica 6 marzo 2011

Del custodire il Seme

Esiste la possibilità di organizzare la nostra esistenza scomposta, frammentata, scollata intorno ad un unico principio riformatore, che è il seme che è stato piantato dentro di noi, destinato a generare, qualora ne avessimo tempo e voglia, la nostra Anima.
Non che qui il Lavoro si concluda.
Questa bella Anima azzurrina e diafana in sè costuisce solo il Ponte, l'Attraversamento, il Camminamento che ci conduce alle soglie del Reame dello Spirito, l'energia sacra, il mondo altro, il luogo in nessun luogo che tutti ci avvolge e ci permea.
Capita a volte di riuscire a sentire la nostra vita come un soffio, il lungo respiro di questo Spirito che tutti ci comprende e ci permea, dal quale crediamo temporaneamente di staccarci quando questo alito attraversa il flauto delle nostre e vite e delle nostre incarnazioni.
E'allora che dimentichiamo l'Origine.

E'allora che diventiamo Io.
Dunque esiste lo Spirito, esiste l'Anima, esiste l'Io.
L'io è una corazza, un viatico che ci diamo per andare nel mondo, soggetto alle leggi del karma, le stesse che determinano il nero della penna del corvo e il bianco della piuma di una colomba.
Così veniamo alla luce biondi o bruni, alti o bassi, tenaci o intransigenti.
Veniamo al mondo con una personalità, frutto delle nostre incarnazioni, e di un carattere, veicolo che accoglie la possibilità per noi di trascendere le nostre caratteristiche. Nella nostra personalità possiamo contenere la paura, nel nostro carattere possiamo trovare la forza per superarla.
Il carattere raccoglie i versamenti dell'Anima, quando permettiamo che il nostro Sè più grande infonda nella nostra vita la nostra missione, il nostro compito.

Gandhi era un avvocato indiano che aveva studiato in Inghilterra, spaventato dalla sua ombra  e paurosissimo, con grosse difficoltà a parlare in pubblico.
Inviato nel Sudafrica per dirimere alcune questioni legali per conto di un suo cliente, tocca con mano a quali sopprusi siano sottoposti i suoi connazionali in quel paese, oltre a tutte le brutture dell'apartheid.

Da quel momento decide di intraprendere i primi passi del lungo cammino di liberazione non violenta del suo popolo, diventando un leader carismatico e rispettato.
Egli stesso racconta nelle sue memorie i primi iniziali atti di personale ribellione non violenta che annunciano un mutamento radicale e spettacolare della sua personalità.

Questo racconto chiarisce bene in che modo la possibilità di venire a contatto con la nostra anima e, dunque, con il nostro senso di missione ci permetta di trascendere i limiti dell'umana natura: di trasfigurarci, usando un termine recuperato dal patrimonio cattolico, e spesso frainteso, per rivelare tutta la luminosità della nostra Essenza.
Gurdjieff teneva esperimenti interessanti su questo argomento.
Aveva capacità ipnotiche da fachiro consumato che talvolta utilizzava durante gli incontri con i suoi adepti per chiarire la natura dei suoi insegnamenti.
Una sera, spiegando cosa fosse l'Essenza, di botto ipnotizzò due suoi convitati.
Il primo, persona nella vita estremamente tracotante, interrogato in stato di trance, rivelò un'Essenza non particolarmente sviluppata, ancora agli stadi iniziali.
Rispondeva come un bambino, dimostrava un'età di molto interiore a quella reale.
Il secondo provò invece di aver sviluppato meglio il suo seme interiore e di aver raggiunto un grado di maturazione maggiore.
Al risveglio, ovviamente, nessuno dei due ricordò nulla.
Nello stato ordinario di coscienza, la personalità copre le manifestazioni dell'Essenza e noi non ne siamo consapevoli.
Ebbene, è intorno a questo seme interiore, destinato a manifestare il Corpo Cristico, per recuperare un termine caro al Cristianesimo Esoterico, che bisognerebbe organizzare tutti gli io che affollano la nostra persona, affinchè siamo condotti alla Terra Promessa.
Così nella rappresentazione della Sacra Famiglia, allestita per la prima volta da Francesco d'Assisi, che non era troppo lontano da certi insegnamenti sufi, Giuseppe (la mente ordinaria) serve Maria ( il centro emotivo superiore) perchè generi l'Anima (il Bambino Sacro).
La mente non capisce, è lenta, ma decide di fidarsi del messaggio di un angelo (l'intuizione) e di occuparsi di questioni che non sembrano di questo mondo (come può una vergine partorire senza aver conosciuto uomo?), in attesa di una rivelazione che sconvolgerà ogni possibile previsione.

Così noi tutti possiamo, volendo, seguire la chiamata di un angelo e recuperare il Centro reale delle nostre esistenze.






La Festa dei Morti a Palermo

“ Pi rifriscarici l’arma ” A Palermo, ancora oggi, per la Festa dei morti, i genitori regalano ai bambini dolci e giocattoli, dicendo loro...