[...] La decisione di prendere degli psicofarmaci giunse dopo una notte passata sul pavimento della mia camera da letto a cercare di convincermi che non dovevo ferirmi il braccio con un coltello da cucina. Vinsi la battaglia, ma a stento. Altre idee mi passavano per la testa, come saltare giù dalla finestra o spararmi un colpo alla tempia per non soffrire piu'.
Ma quella notte passata con un coltello in mano si rivelò utile.
La mattina dopo, appena sorto il sole, telefonai alla mia amica Susan e la supplicai di aiutarmi. Credo che nella storia della mia famiglia nessuna donna prima di me si sia fermata nel bel mezzo della strada e nel bel mezzo della propria vita per gridare: "Non posso fare neanche un altro passo - qualcuno mi aiuti."
Certo, alle mie antenate non sarebbe servito a niente, nessuno avrebbe potuto o voluto aiutarle. Come unico risultato sarebbero morte di fame insieme alla loro famiglia. Non riuscivo a smettere di pensare a loro.
Certo, alle mie antenate non sarebbe servito a niente, nessuno avrebbe potuto o voluto aiutarle. Come unico risultato sarebbero morte di fame insieme alla loro famiglia. Non riuscivo a smettere di pensare a loro.
E non dimenticherò mai la faccia di Susan quando entrò di corsa in casa mia un'ora dopo la telefonata e mi vide, un fagotto sul divano. L'iimagine del mio dolore riflessa sul suo viso mentre mi guarda e teme per la mia vita è ancora oggi uno dei ricordi più spaventosi del mio repertorio. Mi raggomitolai a palla mentre Susan telefonava a uno psichiatra disposto a vedermi quel giorno stesso per prescrivermi degli antidepressivi. La sentii dire: "Temo che possa veramente farsi del male." Lo temevo anch'io.
Quando andai dallo psichiatra, quel pomeriggio, mi domandò perchè avevo aspettato tanto a farmi aiutare, come se non avessi già cercato così a lungo di aiutarmi da sola. Gli spiegai le mie obiezioni e le riserve sugli antidepressivi . Allinenando sulla sua scrivania le copie dei tre libri che avevo scritto, gli dissi: "Sono una scrittrice, per favore, non faccia niente che intacchi la mia mente."
"Se avesse mal di fegato" mi rispose "non si curerebbe il fegato?" Evidentemente non conosceva la mia famiglia, altriementi avrebbe saputo che un Gilbertsi sarebbe rifiutato di farsi curre il fegato, visto che da noi qualsiasi malattia viene sempre considerata un fallimento personale, etico, morale.
Mi prescrisse vari farmaci - Xanax, Zoloft. Welbutrin, Busperin - finchè non riuscimmo a trovare la combinazione che non mi dava la nausea e non riduceva la mia libido a un vago, lontano ricordo. In meno di una settimana sentii aprirsi nella mia mente uno spiraglio di luce. Inoltre riuscivo finalmente a dormire. E questo era il vero regalo, perchè, finchè non si dorme non si esce dal tunnel. Le pastiglie mi permettevano di recuperare le ore di sonno, impedivano alle mie mani di tremare, allentavano la morsa che mi stringeva il petto e spegnevano il motore che alimentava il mio panico.
Ora sono qui a Roma. Depressione e Solitudine si sono di nuovo intrufolati nella mia vita. Ho preso Wellbutrin tre giorni fa. Ho ancora delle pastiglie in un cassetto, ma non le voglio, intendo liberarmene per sempre. E non voglio nemmeno che Depressione e Solitudine mi ronzino intorno, ma non so come impedirglielo, quindi mi avvito su me stessa in preda al panico.
Per stesera mi limito ad afferrare il libretto di appunti che tengo vicino al letto in caso di emergenza. Lo apro. Sulla prima pagina vuota scrivo: "Mi serve il tuo aiuto."
Poi aspetto. Poco dopo, nella mia grafia, appare la risposta: "Sono qui, che cosa posso fare per te?"
Da chissà dove, dentro di me, arriva la risposta di una presenza familiare, che mi dà tutte le certezze che ho sempre desiderato nei momenti difficili. Ecco che cosa scrivo:
Sono qui, ti voglio bene. Non m'importa se non puoi fare a meno di stare sveglia tutta la notte a pinagere. io ti rimarrò accanto. Se avrai di nuovo bisogno di farmaci, ricomincia pure a prenderli, io ti vorrò bene anche così. Se non ne hai bisogno, ti vorrò bene comunque. Niente può farti perdere il mio amore. Ti porteggerò fino alla morte, fino a dopo la morte. Sono più forte di Depressione, più audace di Solituidine e niente potrà mai stancarmi.
Mi addormento con il quaderno poggiato sul petto, aperto sull'ultimo passaggio rassicurante. La mattina, quando mi risveglio, Depressione non c'è più, se n'è andato chissà dove notte tempo, lasciando solo una traccia leggera nell'aria. E anche il suo amico Solitudine ha tolto il disturbo.
(tratto da "Mangia, prega, ama" di Elizabeth Gilbert)
Spesso il dolore deriva dal fatto che la nostra vita va in una direzione che non ci realizza, e anzi ci fa star male, e tuttavia ci ostiniamo a proseguire in quella direzione, vuoi per paura di cambiar. Pertanto, il senso del dolore svolge un importante funzione di feedback che dovrebbe aiutare l'individuo a dirigere il proprio agire e a governare nel modo migliore la propria vita, purché naturalmente egli sia in grado di sentire i segnali e di interpretarne correttamente il significato. E' un po' come la luce-spia che si accende sul cruscotto della nostra autovettura: non dobbiamo arrabbiarci con essa ma anzi ringraziarla perchè ci segnala la presenza di un guasto prima che sia troppo tardi. Se ci fermiamo per tempo i guai sono contenuti, se aspettiamo troppo potremmo rovinare irrimediabilmente l'auto o peggio avere un incidente. E lo stesso accade nella vita, se non ci fermiamo ai primi segnali di sofferenza la situazione si aggrava e sarà più difficile e doloroso risolverla. Se sentiamo dolore (per la solitudine, per una relazione insoddisfacente o per qualsiasi altro motivo) la prima cosa saggia è fermarsi - fino a che non ci fermiamo come facciamo a fare un esame interiore, a capire che cos'è che non va e perché non va per il verso giusto, e a tentare di risolverlo, anche chiedendo eventualmente aiuto a un amico, a uno psicologo, o a un religiosoe, vuoi per un malinteso senso del dovere, che ci fa agire in modo contrario al nostro sentire.
RispondiEliminaCosì come il dolore ha lo scopo di segnalare che stiamo sbagliando qualcosa, che la strada intrapresa non è positiva per noi, il piacere ha - o dovrebbe avere - la funzione inversa, cioè di confermare e rinforzare determinati comportamenti, scelte, pensieri che vanno bene per noi. Purtroppo, il piacere è stato fortemente stigmatizzato e colpevolizzato dalla cultura cristiana (e anche da molte altre culture) e si è persa in gran parte la sua preziosa valenza di orientamento, non solo nel senso che le persone raramente sanno seguirne le benefiche indicazioni, ma anzi in alcuni casi le rifuggono come malvagie. Stravolto nel suo significato profondo, in un mondo contrassegnato da repressioni e distorsioni che hanno generato ogni tipo di perversione, il piacere ha perso del tutto la bussola in certe persone. Ma la colpa non è del piacere, bensì di coloro che lo hanno demonizzato, così come hanno demonizzato tutto ciò che di buono la dimensione materiale e corporea offre all'umanità. Certo, dobbiamo sempre chiederci se ciò che facciamo (o omettiamo di fare) può danneggiare qualcuno o anche noi stessi, ma se così non è, possiamo tranquillamente goderci il piacere e seguirne le indicazioni.
che bello,grazie!Emma
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