I lunghi pomeriggi trascorsi accanto al sole attraverso le finestre della tua modesta casa.
La seggiola piccina di paglia intrecciata che mi attendeva di fronte alla tua, per me così maestosa, dal basso dei miei anni.
I tuoi capelli, grigi nell'azzurro con eleganti pettinesse d'osso a tenerli fermi, nelle onde che oggi sono le mie.
Quelle tue mani, mani rugose ma gentili, mani di donna nobile e scrivana piegata ai ragù domenicali e a battere la carne sul tavolo grande il Sabato, prima della festa, in cui nonno ti ingombrava la casa di pacchetti.
E la saggezza di quell'incavo nella pasta morbida ripetuto per cento e mille "cavatielli" sulle due spianate da una stanza all'altra.
E il pane caldo di sugo e di vapore a colazione, la Domenica mattina, o la prima forchettata di bucatini e uovo prima di cuocere il pastiere di maccheroni con formaggio e latte.
Poi, sulla destra della camera più interna, di fianco al letto grande e a quello più piccino, di una piazza e mezzo, nel quale dormivo fermandomi da te, il primo altare che io abbia mai concepito e visto.
Sui quattro cassetti con maniglie d'osso, sovrastati dall'imponente piano di marmo venato di crema e caffè, Lei, come mai non ho più potuto concepirla: lucente il poco per svelarne il segreto potere a chi potesse scorgerlo, il capo piegato piano sul mento a guardare invisibili supplici, la gola rossa e avida del serpente che, più che essere schiacciato sembrava fuoriuscire dal suo corpo come una infinita propaggine che ammicca all'eterno ritorno delle cose, tempo dopo tempo, nel persempre.
Lumini rossi di cera e rosari a mille e grani di incenso arsi vivi nella "vrasera" ai vespri, e tutte quelle infinite forme ripetute, tutte quelle dee...madri e donne e regine e sante... tutte da ricordare nelle parole sapienti dei tuoi racconti sulla Vergine che, a Siracusa, non volle concedersi a uomo, finendo per perdere quegli splendidi occhi che si mutarono in perle ancora più cangianti.
Le vite dei Santi.
Quell'intima confidenza fra te e quella Regina assisa sul tuo comò di circostanza, a cui volgevi spesso lo sguardo e le preghiere.
Unica e sola per te, la sola Dea che accettavi nel tuo cuore, fra le tue braccia.
L'infinita sapienza dei versi tuoi ad andare lontano nelle lettere per i dispersi degli affetti, quelle parole vergate con fermezza e con amore.
L'eleganza.
Le bottigline di rosolio traslucide e i piccoli calici a fiore nella credenza, quelle poche cose, eco di lontane ricchezze, abbandonate per la guerra, l'amore, il fascismo: persino la fede, piccola verga dorata, di cui conservavi solo il segno.
Non fu vita facile.
Non lo fu per nessuno e tu perdesti il figlio, la bellezza, le mani lisce da scrivana, i pochi libri.
Non fu facile, ma tu eri un fuso, ancora a ottant'anni.
Con la solita grazia, l'eleganza che non ti abbandonava mai, il portamento fiero e le mani operose.
Avanti, avanti e avanti, come un treno sicuro, nella fortuna fluttuante dell'umana vita, avanti, avanti, avanti e, come unica certezza, la Dea Radiosa portatrice del tuo raggio.
Insostituibile. Nonna Lucia.
Che Poesia, Maria Luisa, grazie...sono stata lì. Bellissimo...
RispondiEliminaQueste mitiche infanzie...
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