Quando hai a che fare con la sofferenza, conosci sfortunatamente bene il significato profondo di tutti questi termini.
Ricordi le lunghe file interminabili senza volto, in cui la malattia diventa un disegno che sottrae ogni umana definizione.
Ho visto porte chiudersi con violenza e ho visitato luoghi sopraffatti dal proprio karma.
Ho imparato la pazienza.
L'arte dei libri, anche, amici di bellezza nei corridoi dello sconforto.
Ho preteso, dopo tanti anni, che mia madre potesse permettersi il lusso di avere rapporti con i luoghi di cura legati solo alla necessità stringente.
Ho provato molte strade.
Un medico deve convincermi.
Ho imparato che il paziente deve essere un "abile impaziente".
Come ha detto una donna saggia ultimamente, che è a capo di una struttura sanitaria efficiente: "Se una persona mi dice che sente che c'è qualcosa che non va, il mio primo compito è quello di crederle".
Ho scoperto che le donne, quando sono libere da schemi di azione maschile, sono sagge, compassionevoli, pratiche, soprattutto pratiche.
Gli uomini possono fare un gran dire con le loro macchine che sembrano essere così ancorate alla materialità delle cose, alla loro tangibilità.
Le analisi, le controanalisi, gli strumenti, le conferme, i dati certi, il "Non mi dica come sta, mi dica quanto fa di diabete stamattina".
Ossessioni.
Manie del controllo.
Società del padre.
Ciò che è controllabile, è misurabile, è sostenibile, è....
Voglio di nuovo una guarigione che appartenga alla madre, non necessariamente praticata solo da donne, né solo da uomini, ma da esseri umani con dentro il senso compassionevole, pratico e amorevole della madre.
Una mamma lupo può uccidere il cucciolo ferito a morte nella tagliola, come ultimo atto di amore.
Credo a questa forma di compassione.
Credo che una morte dignitosa che aiuti a liberare dalle catene dolorose del corpo sia un sacramento.
Passare oltre è una scienza, lo sanno bene i monaci tibetani.
La compassione calma il dolore, la vicinanza, il dirsi quanto è rimasto insoluto e, nei termnini del cuore, scioglierlo.
Molta gente è morta felice così.
Bisogna imparare l'arte del passaggio.
Bisogna imparare che si può morire sani e che questa è la guarigione che compiamo tutta la vita.
Io credo in questo: nella possibilità, se abbiamo ben vissuto, di morire guariti.
Ne parlo oggi, che è Sabato di sepolcro.
Chissà che Gesù non guarisse sulla croce la sua paura dell'abbandono, chiamando un padre che sembrava non arrivare.
Un gesto così infantile, questo: il bimbo che inciampa, che va in bici e cade, che ha paura, e chiama il padre, non la madre, badate bene, perchè di solito è il padre che ci guarda le spalle.
E lui non arriva.
O almeno, non subito.
Quanto abbandono si può sentire sulla croce chiamando un padre che non si sente arrivare nel momento della necessità?
Un momento così terribilmente umano.
Ho chiamato questo spazio virtuale, emozionale, vitale, "Per aspera ad astra", perchè credo che nella nostra linea genetica ci sia la possibilità di liberarsi delle proprie croci.
Ancora meglio: che ci curiamo tutta la vita per provare a morire sani e cioè "interi".
Cristo è morto spezzato in molte parti: nelle gambe, nel costato, nella dignità.
Ha pianto chiamando un padre che non arrivava mai.
Ha perdonato i suoi carnefici, lasciandosi dietro ogni brandello di ego.
Dalla croce ha sciolto l'insoluto: ha condonato, ha affidato, ha salvato, poi è morto.
Intero.
La sua è stata la scelta di una morte perfettamente consapevole e quanto più possibile lucida per passare oltre con un corpo di gloria.
Quanto è importate rimanere e curare e confortare e ascoltare?
Qualche tempo fa mi è capitato di farlo e di esserne straziata.
Cristo era un adepto preparato e, nonostante tutto, ha pianto.
Possiamo chiedere una morte benigna
Possiamo chiedere una malattia umana.
Qualcuno dice che non dovremmo ammalarci, io dico che per fortuna lo facciamo e che, se siamo bravi, passiamo il nostro tempo a curarci, cioè a prederci cura di noi.
Le donne ripongono il corpo amato del Cristo, lo lavano con acqua profumata, lo asciugano con teli di lino, lo ungono con olii ed unguenti.
Infine con amore lo avvolgono nel suo sudario e lo depongono.
Nell'acqua, nell'olio, nei baci, nelle ultime carezze, nelle lacrime, nella pezzuola passata con delicatezza sulle ferite ancora aperte, nella disponibilità ad esserci, nel riconoscere che nella crisi esiste il seme della guarigione, in tutto questo c'è la medicina in cui io credo, quello che tutta la mia vita mi ha spinto a cercare.
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