lunedì 28 novembre 2011

Il ruolo della mente nel processo di guarigione

In gravidanza mia moglie soffriva sempre di problemi alla schiena.
Di solito, intorno al settimo mese, due vertebre della zona lombare su spostavano e lei aveva l'abitudine di andare tutte le settimane dal chiropratico per farsi trattare. In quest'occasione, però, non c'era nessuno che potesse trattarla.
Marilyn era specializzata nelle tecniche di immaginazione guidata e chiese a Sabine se accettava di fare da volontaria davanti al suo gruppo e lei accettò.
Marilyn chiese a Sabine di sdraiarsi per terra, di allentare i vestiti e di fare alcuni respiri profondi. Le chiese poi di immaginare un luogo familiare in cui sentirsi al sicuro completamente e di descriverglielo.
Sabine descrisse un posto nella parte meridionale dello Utah, scendendo sempre di più nei dettagli e appassionandosi al compito. Pian piano si rilassò del tutto.
A quel punto Marilyn le chiese di spostare l'attenzione sull'utero e sul bambino e guidò Sabine in un dialogo con il nascituro nel quale veniva chiesto alla bambina (conoscevamo il sesso) di nascere puntuale (lei acconsentì) e di aiutarla a rendere il travaglio veloce e senza intoppi.
"Come si sente?" chiese Marilyn.
"Vuole lavorare su qualcos'altro? Magari sulla schiena?"
"D'accordo..."
"Bene. Allora sposti l'attenzione sulla parte della schiena che le duole e mi dica cosa vede."
Sabine ebbe un sussulto.
"Mi dica cosa vede."
"È tutto nero."
"Vada in quell'oscurità e veda se ha qualcosa da dirle."
"Dice che è veramente arrabbiata con me."
Sotto la guida di Marilyn Sabine scoprì che la sua schiena era irritata con lei perchè non se ne prendeva cura.
"Le chieda se vuole che faccia qualcosa in particolare."
"Dice che vuole ci metta sopra degli asciugamani caldi. Dice che smetterà di farmi male."
"Come si sente ora?"
"Decisamente meglio."
"Le chieda se può far sparire del tutto il dolore."
"Si, dice che lo farà."
Quando Sabine ritornò ad uno stato di coscienza normale, il dolore era del tutto assente e non si ripresentò per tutto il resto della gravidanza.
(...)

Tratto da "Guarire da soli" di Andrew Weil

domenica 20 novembre 2011

Depressione e Solitudine

[...] La decisione di prendere degli psicofarmaci giunse dopo una notte passata sul pavimento della mia camera da letto a cercare di convincermi che non dovevo ferirmi il braccio  con un coltello da cucina. Vinsi la battaglia, ma a stento. Altre idee mi passavano per la testa, come saltare giù dalla finestra o spararmi un colpo alla tempia per non soffrire piu'.
Ma quella notte passata con un coltello in mano si rivelò utile.
La mattina dopo, appena sorto il sole, telefonai alla mia amica Susan e la supplicai di aiutarmi. Credo che nella storia della mia famiglia nessuna donna prima di me si sia fermata nel bel mezzo della strada e nel bel mezzo della propria vita per gridare: "Non posso fare neanche un altro passo - qualcuno mi aiuti."
Certo, alle mie antenate non sarebbe servito a niente, nessuno avrebbe potuto o voluto aiutarle. Come unico risultato sarebbero morte di fame insieme alla loro famiglia. Non riuscivo a smettere di pensare a loro. 
E non dimenticherò mai la faccia di Susan quando entrò di corsa in casa mia un'ora dopo la telefonata e mi vide, un fagotto sul divano. L'iimagine del mio dolore riflessa sul suo viso mentre mi guarda e teme per la mia vita è ancora oggi uno dei ricordi più spaventosi del mio repertorio. Mi raggomitolai a palla mentre Susan telefonava a uno psichiatra disposto a vedermi quel giorno stesso per prescrivermi degli antidepressivi. La sentii dire: "Temo che possa veramente farsi del male." Lo temevo anch'io.
Quando andai dallo psichiatra, quel pomeriggio, mi domandò perchè avevo aspettato tanto a farmi aiutare, come se non avessi già cercato così a lungo di aiutarmi da sola. Gli spiegai le mie obiezioni e le riserve sugli antidepressivi . Allinenando sulla sua scrivania le copie dei tre libri che avevo scritto, gli dissi: "Sono una scrittrice, per favore, non faccia niente che intacchi la mia mente."
"Se avesse mal di fegato" mi rispose "non si curerebbe il fegato?" Evidentemente non conosceva la mia famiglia, altriementi avrebbe saputo che un Gilbertsi sarebbe rifiutato di farsi curre il fegato, visto che da noi qualsiasi malattia viene sempre considerata un fallimento personale, etico, morale.
Mi prescrisse vari farmaci - Xanax, Zoloft. Welbutrin, Busperin - finchè non riuscimmo a  trovare la combinazione che non mi dava la nausea e non riduceva la mia libido a un vago, lontano ricordo.  In meno di una settimana sentii aprirsi nella mia mente uno spiraglio di luce. Inoltre riuscivo finalmente a dormire. E questo era il vero regalo, perchè, finchè non si dorme non si esce dal tunnel. Le pastiglie mi permettevano di recuperare le ore di sonno, impedivano alle mie mani di tremare, allentavano la morsa che mi stringeva il petto e spegnevano il motore che alimentava il mio panico.

Ora sono qui a Roma. Depressione e Solitudine si sono di nuovo intrufolati nella mia vita. Ho preso Wellbutrin tre giorni fa. Ho ancora delle pastiglie in un cassetto, ma non le voglio, intendo liberarmene per sempre. E non voglio nemmeno che Depressione e Solitudine mi ronzino intorno, ma non so come impedirglielo, quindi mi avvito su me stessa in preda al panico. 
Per stesera mi limito ad afferrare il libretto di appunti che tengo vicino al letto in caso di emergenza. Lo apro. Sulla prima pagina vuota scrivo: "Mi serve il tuo aiuto."
Poi aspetto. Poco dopo, nella mia grafia, appare la risposta: "Sono qui, che cosa posso fare per te?"
Da chissà dove, dentro di me, arriva la risposta di una presenza familiare, che mi dà tutte le certezze che ho sempre desiderato nei momenti difficili. Ecco che cosa scrivo:

Sono qui, ti voglio bene. Non m'importa se non puoi fare a meno di stare sveglia tutta la notte a pinagere. io ti rimarrò accanto. Se avrai di nuovo bisogno di farmaci, ricomincia pure a prenderli, io ti vorrò bene anche così.  Se non ne hai bisogno, ti vorrò bene comunque. Niente può farti perdere il mio amore. Ti porteggerò fino alla morte, fino a dopo la morte. Sono più forte di Depressione, più audace di Solituidine e niente potrà mai stancarmi.

Mi addormento con il quaderno poggiato sul petto, aperto sull'ultimo passaggio rassicurante. La mattina, quando mi risveglio, Depressione non c'è più, se n'è andato chissà dove notte tempo, lasciando solo una traccia leggera nell'aria. E anche il suo amico Solitudine ha tolto il disturbo.

(tratto da "Mangia, prega, ama" di Elizabeth Gilbert)

mercoledì 26 ottobre 2011

Celebrazione di Samhain



Conosciuto come "capodanno celtico" o "halloween", in antichità questa festa durava 3 giorni con culmine nella notte fra il 31 Ottobre e il 1 Novembre .

Da sempre associato all'aspetto "crona" della Dea, la vecchia signora, rappresenta la "fine", la crisi e anche la difficoltà, il tutto: infatti la Dea è spesso rappresentata con la falce con la quale taglia il filo della vita o ciò che non ci serve più, i rami secchi che vanno potati.Ma la morte come fine non esiste se non collegata alla rinascita ed è il calderone a simbolegiare morte, trasformazione e rinascita nella leggenda di Keridween.
Le crisi in fondo portano a nuova vita, trasformano, ricreano.

Allo stesso tempo è la vecchia saggia, benevola, la nonna ricca di insegnamenti di vita, colei che ha compassione.

Le dee associate a questo periodo sono: Keridween, Sheeela na Gig e tutte le oscure signore come Kali, Ecate...
Il colore associato è il nero.
Gli animali simbolicamente legati a questo periodo sono la scrofa bianca, il corvo, il rospo.
La direzione nel cerchio di medicina è il Nord Ovest.

La libreria Aldebaran di Salerno, via Porta Elina 17/19, ospiterà una cerimonia rituale di celebrazione delle sacre forze che si manifestano in questo periodo dell'anno, che si terrà Domenica 30 Ottobre alle ore 19,30 e sarà condotta da Maria Luisa Pesce, tarologa con metodo Jodorowsky, astrologa, floriterapeuta, seguace degli antichi insegnamenti sciamanici.

L'ingresso all'evento è libero.

giovedì 13 ottobre 2011

Lo shock estetico

La Bellezza che nutre la nostra vita fa parte delle volatili sensazioni che il maestro Gurdjieff raccoglieva sotto termine "impressioni".
Il nostro sistema sensoriale e sensuale convoglia ogni stimolo esterno che il mondo produce e tramite questo lavoro, se esso venga compiuto su impressioni di alta vibrazione, può elevarsi, scartare le proprie manifestazioni inferiori e generare le proprie forme più alte.
Sempre secondo Gurdjieff, esistono forme d'arte oggettiva e soggettiva.
Nel primo caso abbiamo a che fare con opere che riuscirebbero oggettivamente a provocare sempre lo stesso tipo di effetto su sistema sensoriale di chi riceve, a colpire sempre gli stessi centri, l'emotivo o il mentale, l'istintivo o il motorio, con la ripetibilità tipica delle scienze esatte.
Si narra che nelle sue peregrinazioni per l'Asia a capo della carovana di persone con le quali compiva il suo lavoro spirituale, egli abbia mostrato loro antichi manufatti artistici capaci di produrre il riflesso dell'arte oggettiva, manufatti che nel suo racconto avrebbe attribuito addirittura a perdute civiltà prediluviane.

E oggi?
Oggi esiste l'arte oggettiva, la bellezza ripetibile?
Non sono in grado di dirvelo.
Posso tuttavia parlarvi dello shock estetico, della capacità intrinseca alla bellezza stessa di creare mutazioni sensibili nell'animo di chi osserva, con impatto anche intenso e a tratti violento, come pare accada nella sindrome di Stendhal.
La bellezza è in sé metodo educativo. Esporsi ad essa necessariamente produce mutazioni nel nostro animo, o, per dirla sempre con le parole di Gurdjieff, essa crea riverberi sui nostri centri superiori, alimentandoli con precise frequenze, e di volta in volta accordandoli in vibrazioni sempre più alte.
Diotima insegnò a Socrate l'arte della maieutica attraverso la condivisione e la ricerca della Bellezza.
A scuola non insegnano mai che fu una donna a partorire Socrate come filosofo, un'etera per giunta, ma anche sacerdotessa e fine disquisitrice.
La Bellezza era un tema caro agli antichi, che coincideva con i valori più alti perseguibili dall'essere umano.
Ricordate il vecchio caro ritornello che ci insegnavano a scuola: il Bene, il Vero, il Bello.
E Diotima, nelle parole di Socrate, lega la ricerca di questo Bello assoluto e oggettivo, mai definitivamente raggiungibile, alla tensione erotica, freccia desiderante che tende l'uomo verso l'infinito.
In Eros, figlio di Afrodite, antica dea della bellezza, si consuma il fuoco dell'anima umana.
Bruciamo dunque di desiderio ardente che ci accosti al misterioso segreto di questa dea che sopra tutte vinse, nel giudizio della mela.



giovedì 22 settembre 2011

L'occhio interno

Sapete quando una persona sta meglio?
Quando il suo occhio non è offuscato. 
E' certo che un uomo lo si comprende assai meglio dagli occhi che non dalle parole, scrisse a riguardo lo scrittore austriaco Robert Musil.
Offuscato significa tormentato. 
L'occhio è tormentato quando è fuori tempo.ossia sfasato, quando non è nelle cose come sono. Accade cioè ogni volta in cui il nostro sguardo è tutto concentrato sull'esterno, sul passato o sul futuro, sulle presunte cause, sugli obiettivi, sui progetti.
In altre parole, l'occhio è offuscato ogni volta in cui insegue i fantasmi della mente.
Gli occhi sono i nostri semi. 
L'occhio feconda: si tratta di un potere straordinario e unico. 
Lo sguardo è simile a una secrezione spermatica.
Dove poni lo sguardo, ti crei. Posizionandolo sul tuo interno, lo fai fiorire.
Per vivere bene, devi vivere con le leggi dell'anima.  E l'anima chiede solo di essere guardata, non di essere guidata o costretta a percorsi non suoi.
Quando giunge la tristezza, osservala e abbandonati ad essa. Se viene è perché svolge una funzione che tu non conosci e non devi conoscere. E'quanto mai utile diventare, per così dire, stranieri a se stessi, rispettare il mondo interno così com'è ed evitare la tentazione di correggerlo.  Il filosofo e matematico Pavel Florenskji scrisse a proposito della percezione che cambia la vita: "L'essenza stessa della percezione geniale del mondo  sta nella capacità di penetrare nel profondo delle cose, mentre l'essenza della percezione illusoria sta nel nascondere a se stessi la realtà

venerdì 5 agosto 2011

La costruzione di una grotta per Nuestra Senora de Guadalupe

Quindici anni fa trasferii le migliaia di libri e scritti in una casetta azzurra. Dal punto di vista di certi "moderni" c'è un modo rapido e infallibile per diventare di punto in bianco una sorta di "eccentrica" in un qualunque quartiere sempre più "per bene" del deserto Sudovest del Pese... ed è creare una cappela per la Nuestra Senora de Guadalupe secondo l'antica, venerabile tradizione...e cioè interrando per metà, in verticale, nel proprio giardino, una vecchia vasca da bagno... e collocando sotto l'arco formato dalla vasca una bella statuetta della Guadalupe, per poi piantare qualche fiorellino laddove finisce la porcellana e inizia la terra.[...]Ora mi serviva soltanto un'anima volenterosa dai muscoli forti che mi aiutasse a scavare là, in quella terra ostinata, una buca profonda più di un metro per collocarci, in piedi, una vasca di due metri. Da "vecchia credente" fiduciosa che quando siamo in cerca di una cosa buona e giusta essa ci viene incontro, pregai perchè l'anima giusta inciampasse sul mio cammino e trovasse mi guadalupe e me.
Mi ritrovai ben presto faccia a faccia con un tizio ubriaco che disse di aver sentito in giro che stavo "cercando qualcuno per costruire qualcosa".
Esitante gli mostrai i miei disegni e lui si vantò di essere il tipo giusto, "tutto muscoi e buona voglia", che ci voleva per costruire, da una vasca, una grotta per la Guadalupe. Quell'uomo malfermo sulle gambe avrà avuto al msssimo quarantacinque anni, benchè ne dimostrasse novecento: aveva un colorito smorto, capelli sporchi, e una barba incolta con peli grigi e marroni che sbucavano dappertutto.
E come tutti quelli che per un certo periodo della loro vita sono stati borrachos, alcolisti cronici, quando, più avanti negli anni, sono ancora forti bevitori, trasudava da tutti i pori quell'odore stantio del "giorno prima".[...]
Si vedeva che aveva bevuto di tutto: pulque, tequila, rum, cicchetti, grappini, birra a fiumi.
Ma l'ubriaco giunse anche provvisto di una raccomandazione di qualcuno di cui mi fidavo su questa Terra... e con una raccomandazione di qualcuno di cui mi fidavo in Cielo... lei, che nel mio cuore sussurrava: "Sì, è questo l'uomo che ti ho inviato."
E così, a testa bassa e un pò perplessa, dissi di sì. Anche se era difficile immaginare una collaborazione meno promettente. Eppure sembrava esserci anche dell'altro...
L'uomo imbattutosi nella mia vita era un muratore, di mestiere, e un'anima che aveva trascorso l'infanzia in istituti che gli avevano fracassato le ossa dello spirito, lasciandolo come morto.
Si vedeva che era forte fisicamente, dalla cintola in su, grazie ad una vita passata a trasportare mattoni, stendere intonaco e lavorare di filo a piombo a regola d'arte.
Però una delle sue gambe era quella di un uomo forte, ma l'altra... era la gamba di un ragazzo, gracilissima, con una caviglia da bambino.
Poliomelite. Se la trascinava dietro zoppicando a ogni passo.
A otto anni i suoi genitori, gente dalla vita difficile, lo aveva lasciato davanti alle porte di un istituto per poliomelitici. Non erano più tornati. Mollato là per anni in affido, poi sganciato e riappeso in vari orfanotrofi,  il piccolo sopravvissuto alla polio divenne uno di quei ragazzini che sotto la branda tenevano la birra, l'unica madre su cui molti di loro potessero contare per far passare le lunghe notti.

E queste erano le storie arteriose che il muratore aveva dentro quando giunse da me zoppicando, gli occhi annebbiati cerchiati di rosso, puzzolente, farfugliante, malfermo... e in qualche modo radioso.
Sul serio, radioso. Chiunque avesse occhi per vedere, avrebbe notato che c'era ancora qualcosa, nel suo buio, laggiù nel profondo, dentro di lui... una piccola candela accesa che tremolava al vento.
Proseguimmo.
Mano mano che gli raccontavo storie sulla Guadalupe, la Nostra Madre Benedetta, i nostri appuntamenti passarono dall'incontrarsi al bancone scrostato del var a un tavolino dal logoro ripiano di quercia giallino.
Mi resi conto che a favorire quel piccolo progresso, dal solo bere al cibo vero e proprio, era il parlare della Senora, la Guadalupe.
E il suo goffo e non indolore ri-cenrarsi in un cuore più santo, più grande di un cuore umano, proseguì con il progredire del nostro progetto. Gradualmente.
Gli raccontai la storia di Nostra Signora sulla collina di Teperac, di come lei scelse di apparire al piccolo Don Diego. Alla descrizione del piccolo fragile indio, le orecchie del muratore si drizzarono. e restarono dritte. Si vedeva che dentro di lui qualche cosa era in ascolto. 
Gli raccontai di come quel piccolo dolce indio fosse stato testimone di inenarrabili orrori e tuttavia in qualche modo fosse riuscito a sopravvivere con un cuore intatto. [...]
Come presi ad accennare alle storie legate alla mistica della Guadalupe, il muratore assunse l'autentca espressione di un bambino, anzichè quella dell'orso maltrattanto di un circo.
Gli spiegai come non agli uomini d'oro lei scelse di apparire , ma a lui che rappresentava la gente che lei ha più a cuore: quella in qualche modo abbandonata, quella comunque sia non amata, gli "intoccabili".
Il muratore intanto, chinando il capo, aveva fatto come a volte fanno gli uomini quando dalle loro vecchie fosse ancestrali sentono salire le lacrime... inforcano gli occhiali da sole anche se sono in casa e si stringono il naso con due dita, lassù tra gli occhi, come stessero meditando chissà che profondi pensieri, mentre in realtà dentro stanno piangendo. Forte.
E così il progetto della grotta crebbe e crebbe.
[...]
Non c'è altro modo per dirlo che chiaro e tondo: il muratore, verso la metà dei lavori per la grotta, smise di bere.
Così, di punto in bianco.
Non ci fu nessun "intervento", nessun affidamento a una comunità di recupero, che pure lo avrebbe aiutato molto, se ci fosse andato anni prima. Gli avevo parlato pacatamente una sera; gli avevo detto che sentivo una fitta al cuore nel vedere la sua gran bellezza e creatività così profondamnete ottenebrate dall'alcool.
Questo solo per fargli capire che era amato, notato, benvoluto da qualcuno che si interessava a lui.
Ma il resto, il come e il perchè... è mistero, come dicevano delle cose spiritualmente incomprensibili le mie care "folli in nero" (le nostre suore).[...]
Questo fu uno dei messaggi più chiari della Guadalupe.[...]
China sulle nostre ferite e ossa rotte spirituali, lei ci esorta a smettere di crederci soli nelle prove che affrontiamo... quando invece lei è sempre con noi, e possiamo sempre correre da lei, sempre nasconderci sotto il suo manto inviolato, sempre farci guidare dalla sua saggezza tanto duramente conquistata... perchè anche lei sopportò miracoli e sofferenze in vita sua, e perse tuttò ciò che la sua anima aveva di più prezioso nel mondo ottenebrato dall'umana stoltezza, debolezza, fragilità di spirito...
Eppure è ancora qua, radiosa di luce, Vaso di Sapienza Eternamente Diffusa, a esortarci di ricordare che per invocarla non c'è nulla di complesso da fare: basta chiamarla con quel  nome del cuore inscritto nell'anima di ognuno di noi prima di inviarci sulla Terra, quell'unica parola che ciascuno di noi conosceva bene prima di sapersi nutrire e reggere in piedi da solo... la Primissima Parola scritta nei cuori di tutta l'umanità di tutto il pianeta:
Ma 
Mamà
Mami
Mamo
Madre


Tratto da Forte è la Donna, di Clarissa Pinkola Estes, Frassinelli Editore 2011


lunedì 25 luglio 2011

Cerimonia di recupero dell'anima

In Borderlines Charles Nicholl parla della perdita dell'anima e descrive un caso di recupero dell'anima avvenuto ai nostri giorni in Tailandia. Mentre stava attraversando a nuoto un fiume in Tailandia, per dirigersi in Laos assieme ad una donna tailandese di nome Katai, sia lui che la donna furono travolti dalla corrente. Si trattò di un'esperienza molto traumatica per Katai. In seguito la donna gli fornì alcune spiegazioni sul khwan hai, ovverosia la perdita dello spirito. Gli disse:"Noi diamo il nome di Khwan allo spirito che si trova all'interno di ognuno di noi. Il Khwan è qualcosa che possiamo perdere molte volte nel corso della nostra vita. Quando sei malato o hai subito un grosso trauma, noi diciamo Khwan Khwaen che vuol dire che il tuo Khwan si trova sospeso sopra di te." E proseguì spiegando:"Si può perdere il Khwan quando nella vita avvine qualche grosso cambiamento, come quando ci si sposa o si ha un bambino o quando muore qualcuno che amiamo molto. Il Khwan è ciò che vola via da noi. Noi lo chiamiamo l'anima- farfalla, perchè vola via da noi così facilmente."
Disse a Charles Nicholl che doveva trovare qualcuno che celebrasse il bai see soo khwan, una cerimonia per richiamare indietro il Khwan. La cerimonia sarebbe costata molti soldi, ma la risposta di Katai fu: "Ne varrebbe la pena anche se costasse il doppio. E' come pagare per un'operazione quando sei malato. E'qualcosa che va fatto, costi quel che costi."
[...]

"Furono approntati molti oggetti, che sarebbero stati usati come offerte, e svariate decorazioni per il Sao Khwan.
I fiori vennero composti in picccoli mazzi e ognuno di essi poi fu avvolto in una foglia di banana. Ogni foglia fu lucidata fino a farla brillare. I fiori erano per il Pha Khwan, una struttura conica a più strati, posta su un piatto di argento dorato, che serviva a contenere le offerte donate per invitare il khwan a tornare. Oltre ai fiori, c'erano anche due polli cotti; una mezza bottiglia di whisky; dei dolci di riso bollito, zucchero di canna e zucca candita; alcuni pezzetti di miang; delle foglie e noci di betel; delle candeline rosa; ed una serie di piccoli doni simbolici: un braccialetto, un orologio da polso ed un bicchere di whisky. Charles Nicholl reagì alla vista di quelle offerte con la seguente osservazione:"C'è qualcosa di incantevole in questo modo di rappresentare il Khwan come una creatura infantile e volubile, che viene convinta a tornare da tutta questa serie di gingilli e dolcetti preparati appositamente per lei."

La cerimonia proseguì con un canto che l'uomo degli spiriti recitò in lingua pali e birmano. Una parte del canto era rivolta ai trentadue minikhwan, ciascuno dei quali rappresenta una parte del Khwan che vive in diverse parti del corpo. Dopodichè l'uomo si rivolse agli spiriti del fiume e menzionò la "Signora Fiore di Cocco", una sorta di ninfa dei boschi che Katai amava tanto. Poi invocò il Khwan di Katai, rivolgendosi direttamente a lui con le segueti parole:"Vieni, o Khwan. Non permettere che ilKkhwan della testa venga dissuaso, nè che alcuno dei trentadue Khwan del corpo di questa ragazza si scoraggi. Puoi tornare qui senza correre alcun rischio. Ti prego, acconsenti. Guarda, abbiamo organizzato una festa per te. Ti abbiamo portato dei begli abiti da indossare e uno specchio in cui poterti rimirare, anche se noi non possiamo vederti. Ti abbiamo preparato una festa davvero splendida"
L'uomo degli spiriti proseguì magnificando in questo modo ciascuna delle offerte. Questa fase della cerimonia andò avanti per circa un quarto d'ora. Katai rimase sempre inginocchiata a capo chino, con la mano destra su Pha Khwan. Ad un certo punto l'uomo degli spiriti smise di cantare e tutti i partecipanti rimasero seduti in silenzio per un paio di minuti.

Poi l'uomo degli spiriti fece un cenno di assenso e tutti si rilassarono. Durante quei minuti di silenzio il Khwan di Katai era tornato, attirato dal canto dell'uomo degli spiriti e dalle offerte, benchè non si fosse ancora insediato nel corpo della ragazza, ma avesse preso dimora nel Pha Khwan.

La cerimonia andò avanti. Le mani di Katai vennero spruzzate con acqua di fiori. Dopodichè le venne dato del cibo per incoraggiare il Khwan a compiere l'ultima tappa del suo viaggio di ritorno. Alcune delle parole usate in quest'ultima fase furono: "O Khwan, vieni a prendere il cibo dalle sue mani. Fa che lei possa tornare ad essere forte e coraggiosa, liberala dalla malattia, lascia che apra le palme delle sue mani ed ottenga ciò che vuole. Vieni a prendere questo cibo."
Infine, un filo beneaugurale fu usato per suggellare il ritorno del Khwan el copro di Katai. Il filo in questione era un pezzo di spago che era stato benedetto e poi legato attorno al polso della ragazza. Il filo serve a legare fortuna, salute e felicità, che a loro volta legano il Khwan al corpo. La cerimonia ora era completa.


sabato 16 luglio 2011

Il ritorno di Anima

Non c'è dubbio che il mondo odierno stia modificando la propria frequenza vibrazionale. Questo si può dirlo non tanto perchè riusciamo a misurare con strumenti umani le impercettibili note galattiche emanate da Gaia, nè perchè ciecamente crediamo a Greg Braden quando ci parla dell'inversione di rotta del nostro pianeta. Tuttavia il segnale è palpabile, visibile e presente intorno a noi tutti, e, come dice Salvatore Brizzi, a volte (o quasi mai) non deve essere la mente logica e duale a giudicare, ma l'intelligenza del cuore, altrimenti detta intuizione. Se per un attimo ascoltate questa voce interna, essa padrona, e non il contrario, del sistema di classificazione in cartelle chiamato mente, sentirete, questo è il vocabolo adatto, il processo di purificazione e sobbollimento in atto intorno a noi tutti, il vivo fermento, l'agitazione creativa e inquieta, la ridefinizione, il ridisegnamento a cui siamo sottoposti noi tutti. E' un periodo intenso questo, fatto di grandi capovolgimenti fuori e dentro di noi. Uomini e donne ridisegnano intensamente il proprio profilo, come mai fino ad ora, quasi costretti, quasi per necessità. Sembra di non poter sfuggire a questo gioco avviato e impossibile da fermare. Si abbandonano vecchi modelli di pensiero o, quantomeno, si viene ferocemente travolti da essi, qualora non siamo disponibili alla "trasmutazione". Perchè questo è il senso del periodo storico nel quale ci siamo addentrati: la pece nera dei nostri rimossi emotivi viene a galla, chiedendo di essere tramutata in oro. Sento sempre più gente dire che ha notato come cose accadute nell'infanzia ( ti citano una frase, ti mostrano un'istantanea virtuale ed emotiva del momento) siano ancora direttrici delle loro vite; che ritrovano in sè modelli di comportamento coltivati in segreto per generazioni nell'humus fertile perchè oscuro delle famiglie, che lunghe catene di donne- madri serventi hanno generato lunghe catene di uomini egotici e anaffettivi. Il dramma allora è che ci troviamo di fronte a donne preda della loro sensibilità che inseguono uomini che non hanno mai davvero integrato il proprio femminile. Ci troviamo di fronte a donne troppo maschili, troppo asserventi, troppo preoccupate, troppo eteroriferite e a uomini parlando con i quali abbiamo la sensazione che non sappiano minimamente a cosa stiamo alludendo. In un famoso libro che è stato uno dei best sellers della New Age, "Le donne vengono da Venere, gli uomini da Marte", il tutto veniva fatto risalire a una fonte filogenetica che aveva diviso ruoli e competenze fin dal tempo dei dinosauri sulla terra: l'uomo, le caverne, qualcosa sugli orsi, sul procacciare cibo e allevare i figli. Ho i miei dubbi su questa tesi che trovo assai fallace. Credo invece , assai più veritieramente, che un asse sia sbilanciato, che un equilibrio sia drammaticamente spostato e che una grande assente manchi dal tavolo della concertazione dell'umanità: un'essenza quanto mai necessaria e di fiamma, che spesso è stata chiamata Anima. Non intendo con essa il nostro doppio eterico che sopravviverà a noi nel momento della morte, quanto bensì il mitologema, l''Immagine antica e possente di una Donna forte come la fiamma, legata alla Terra, alle Acque interiori ed esterne, al principio immanente della vita, intelligenza intrinsecamente plasmatrice di tutte le cose, Colei che dà forma nel caos, l'Anima Mundi di Plotino, la Maria dei cristiani, la Sofia esoterica, l'Anna nera degli zingari, il principio femminile, necessario, infinitamente compassionevole e intimamente connesso al senso dell cose: tutto questo è Anima. E se Jung, tiepidamente, ne tracciava vaghe forme intuendo una creatura ondivaga più vicina ad un' ondina, elemento acqueo, affascinante, sensuale, ma anche a suo modo debole, priva di consistenza e di corpo, qui si rivendica la possenza della Madre primordiale, i cui piedi sono le fondamenta della Terra, la cui lucida preveggenza riempirà i cieli quando noi saremo stati capaci di distruggere ogni cosa, perchè Lei sopravvive e ricrea, ricrea in eterno. In quanti miti la Donna antica viene scacciata dal mondo o peggio ancora se ne allontana lei stessa: ricordo quanta tristezza mi fece da piccola leggere di Astrea, dea della Giustizia, più veritieramente portatrice di un antico ordine cosmico, che si allontanò dalla terra per collocarsi in cielo, disgustata dal comportamento degli uomini. La Madre è in esilio. Volontario, necessario, autoimposto, subito, poco importa. L'asse è spostato. L'unione alchemica è impossibile, la Dea nella sua dignità è nera a indicare non solo la sua natura oscura perchè non direttamente conoscibile. Dicono gli indù che Shiva danzando manifesta il mondo, ma Shiva è freddo cadavere senza il tocco caldo della Shakti, sua sposa. Lo yang, l'azione nel mondo, il fare, il divenire, sono materia inerme, sono gesti privi di senso senza il tocco creatore e rinvigorente di Anima, il principio sotteso, e dunque nascosto, e quindi immanifesto, eppure presente, omnipresente, ordinatore e intelligente, in tutte le cose. Se cercavamo un Dio, lo abbiamo trovato. E' la Donna che partorisce il Bambino divino, é Shakti che con il suo bacio di fuoco anima la Danza di Shiva, è Anima la sottile intensa luminosa energia femminile che genera la struttura del mondo.

lunedì 11 luglio 2011

L'Amante Perfetto

Ho bisogno d'un amante che,
ogni qual volta si levi,
produca finimondi di fuoco
da ogni parte del mondo!
Voglio un cuore come inferno
che soffochi il fuoco dell'inferno
sconvolga duecento mari
e non rifugga dall'onde!
Un Amante che avvolga i cieli
come lini attorno alla mano
e appenda,come lampadario,
il Cero dell'Eternità,entri in
lotta come un leone,
valente come Leviathan,
non lasci nulla che se stesso,
e con se stesso anche combatta,
e, strappati con la sua luce i
settecento veli del cuore,
dal suo trono eccelso scenda
il grido di richiamo sul mondo;
e,quando,dal settimo mare si volgerà
ai monti Qàf misteriosi da
quell'oceano lontano spanda
perle in seno alla polvere!    

Gialal-ad-din-Rumi

domenica 10 luglio 2011

La Giusta Collera

Molte donne sono sensibili come la sabbia è sensibile all'onda, come gli alberi sono sensibili alla qualità dell'aria, come una lupa può percepire un'altra creatura che a un chilometro di distanza si addentra nel suo territorio. Lo splendido dono delle donne così "accordate" è di vedere, sentire, percepire, ricevere e trasmettere immagini e idee e sensazioni con la velocità del lampo. Per la maggior parte, le donne riescono a percepire il minimo cambiamento di umore negli altri, sanno leggere sui volti e sui corpi- e ciò viene chiamato intuizione- e spesso  in una pletora di piccolissimi indizi che si fondano per confermarle che sa che cosa avviene nella testa degli altri. Per usare tutte queste doti selvagge, le donne restano sempre aperte a tutto. Ma questa apertura rende i loro confini vulnerabili, esponendole alle ferite dello spirito.
Per questo motivo una donna può avere una sorta di rabbia diffusa che la costringe a scavare, o a ricorrere alla freddezza come anestetico, o a pronunciare parole dolci quando vorrebbe castigare o offendere.
Può piegare alla sua volontà coloro che da lei dipendono, minacciarli di rompere una relazione, privarli del suo affetto. Può negare una lode, e persino la meritata fiducia e, in generale, può agire da persona il cui istinto è molto ferito. E' un dato di fatto che una persona, se tratta così gli altri, è vittima di un attacco intensivo, nella psiche, daparte di un demone che la tratta esattamente nello stesso modo.
Molte donne così afflitte decidono di procedere a un gran repulisti, di non essere più meschine e di mostrarsi "più gentili", più generose. E' apprezzabile, ed è spesso un sollievo per quanti la circondano, se però non si identifica troppo con la persona che deve dare. Così facendo ed evitando qualsiasi confronto, comincia a sentirsi meglio. Ma non dura. Non è questo l'insegnamento che stiamo cercando. Vogliamo sapere quando liberare una giusta collera e quando no. 
Per lo più i lupi evitano il confronto, ma quando devono difendere il territorio, quando qualcosa o qualcuno li minaccia, o li mette alle strette, allora esplodono, Accade di rado, ma la capacità di esprimere questa rabbia rientra nel loro repertorio e dovrebbe rientrare anche nel nostro.
Nella sua psiche istintuale, una donna ha il potere, quando viene provocata, di essere in collera in modo sensato- e questo è possente. La collera è uno dei suoi modi innati per riuscire a conservare gli equilibri che le sono cari, tutto quanto davvero ama. E' un suo diritto e, in talune circostanze, è un dovere morale.
Per le donne significa che esiste un momento in cui mostrare i denti, la grande capacità di difendere il territorio, di dire: "I limiti sono stati raggiunti e non è possibile valicarli. Il caprone non deve andare oltre. E, aspetta, ho qualcosa da dirti, le cose devono cambiare decisamente."
Spesso le donne hanno dentro un guerriero esausto, affaticato dalla lotta, che non vuole saperne più nulla, non vuole parlarne, non vuole averci nulla a che fare. Per questo nella psiche trova posto un'oasi inaridita.
E' sempre, dentro o fuori, un luogo di grande silenzio, in cui attendere, in cui implorare perchè avvenga qualcosa di tumultoso, di sconvolgente che ricrei la vita.
L'Illuminazione non avviene durante il fatto in sè, ma quando l'ullusione è distrutta e si vede il significato nascosto.

La Festa dei Morti a Palermo

“ Pi rifriscarici l’arma ” A Palermo, ancora oggi, per la Festa dei morti, i genitori regalano ai bambini dolci e giocattoli, dicendo loro...