lunedì 28 novembre 2011

Il ruolo della mente nel processo di guarigione

In gravidanza mia moglie soffriva sempre di problemi alla schiena.
Di solito, intorno al settimo mese, due vertebre della zona lombare su spostavano e lei aveva l'abitudine di andare tutte le settimane dal chiropratico per farsi trattare. In quest'occasione, però, non c'era nessuno che potesse trattarla.
Marilyn era specializzata nelle tecniche di immaginazione guidata e chiese a Sabine se accettava di fare da volontaria davanti al suo gruppo e lei accettò.
Marilyn chiese a Sabine di sdraiarsi per terra, di allentare i vestiti e di fare alcuni respiri profondi. Le chiese poi di immaginare un luogo familiare in cui sentirsi al sicuro completamente e di descriverglielo.
Sabine descrisse un posto nella parte meridionale dello Utah, scendendo sempre di più nei dettagli e appassionandosi al compito. Pian piano si rilassò del tutto.
A quel punto Marilyn le chiese di spostare l'attenzione sull'utero e sul bambino e guidò Sabine in un dialogo con il nascituro nel quale veniva chiesto alla bambina (conoscevamo il sesso) di nascere puntuale (lei acconsentì) e di aiutarla a rendere il travaglio veloce e senza intoppi.
"Come si sente?" chiese Marilyn.
"Vuole lavorare su qualcos'altro? Magari sulla schiena?"
"D'accordo..."
"Bene. Allora sposti l'attenzione sulla parte della schiena che le duole e mi dica cosa vede."
Sabine ebbe un sussulto.
"Mi dica cosa vede."
"È tutto nero."
"Vada in quell'oscurità e veda se ha qualcosa da dirle."
"Dice che è veramente arrabbiata con me."
Sotto la guida di Marilyn Sabine scoprì che la sua schiena era irritata con lei perchè non se ne prendeva cura.
"Le chieda se vuole che faccia qualcosa in particolare."
"Dice che vuole ci metta sopra degli asciugamani caldi. Dice che smetterà di farmi male."
"Come si sente ora?"
"Decisamente meglio."
"Le chieda se può far sparire del tutto il dolore."
"Si, dice che lo farà."
Quando Sabine ritornò ad uno stato di coscienza normale, il dolore era del tutto assente e non si ripresentò per tutto il resto della gravidanza.
(...)

Tratto da "Guarire da soli" di Andrew Weil

domenica 20 novembre 2011

Depressione e Solitudine

[...] La decisione di prendere degli psicofarmaci giunse dopo una notte passata sul pavimento della mia camera da letto a cercare di convincermi che non dovevo ferirmi il braccio  con un coltello da cucina. Vinsi la battaglia, ma a stento. Altre idee mi passavano per la testa, come saltare giù dalla finestra o spararmi un colpo alla tempia per non soffrire piu'.
Ma quella notte passata con un coltello in mano si rivelò utile.
La mattina dopo, appena sorto il sole, telefonai alla mia amica Susan e la supplicai di aiutarmi. Credo che nella storia della mia famiglia nessuna donna prima di me si sia fermata nel bel mezzo della strada e nel bel mezzo della propria vita per gridare: "Non posso fare neanche un altro passo - qualcuno mi aiuti."
Certo, alle mie antenate non sarebbe servito a niente, nessuno avrebbe potuto o voluto aiutarle. Come unico risultato sarebbero morte di fame insieme alla loro famiglia. Non riuscivo a smettere di pensare a loro. 
E non dimenticherò mai la faccia di Susan quando entrò di corsa in casa mia un'ora dopo la telefonata e mi vide, un fagotto sul divano. L'iimagine del mio dolore riflessa sul suo viso mentre mi guarda e teme per la mia vita è ancora oggi uno dei ricordi più spaventosi del mio repertorio. Mi raggomitolai a palla mentre Susan telefonava a uno psichiatra disposto a vedermi quel giorno stesso per prescrivermi degli antidepressivi. La sentii dire: "Temo che possa veramente farsi del male." Lo temevo anch'io.
Quando andai dallo psichiatra, quel pomeriggio, mi domandò perchè avevo aspettato tanto a farmi aiutare, come se non avessi già cercato così a lungo di aiutarmi da sola. Gli spiegai le mie obiezioni e le riserve sugli antidepressivi . Allinenando sulla sua scrivania le copie dei tre libri che avevo scritto, gli dissi: "Sono una scrittrice, per favore, non faccia niente che intacchi la mia mente."
"Se avesse mal di fegato" mi rispose "non si curerebbe il fegato?" Evidentemente non conosceva la mia famiglia, altriementi avrebbe saputo che un Gilbertsi sarebbe rifiutato di farsi curre il fegato, visto che da noi qualsiasi malattia viene sempre considerata un fallimento personale, etico, morale.
Mi prescrisse vari farmaci - Xanax, Zoloft. Welbutrin, Busperin - finchè non riuscimmo a  trovare la combinazione che non mi dava la nausea e non riduceva la mia libido a un vago, lontano ricordo.  In meno di una settimana sentii aprirsi nella mia mente uno spiraglio di luce. Inoltre riuscivo finalmente a dormire. E questo era il vero regalo, perchè, finchè non si dorme non si esce dal tunnel. Le pastiglie mi permettevano di recuperare le ore di sonno, impedivano alle mie mani di tremare, allentavano la morsa che mi stringeva il petto e spegnevano il motore che alimentava il mio panico.

Ora sono qui a Roma. Depressione e Solitudine si sono di nuovo intrufolati nella mia vita. Ho preso Wellbutrin tre giorni fa. Ho ancora delle pastiglie in un cassetto, ma non le voglio, intendo liberarmene per sempre. E non voglio nemmeno che Depressione e Solitudine mi ronzino intorno, ma non so come impedirglielo, quindi mi avvito su me stessa in preda al panico. 
Per stesera mi limito ad afferrare il libretto di appunti che tengo vicino al letto in caso di emergenza. Lo apro. Sulla prima pagina vuota scrivo: "Mi serve il tuo aiuto."
Poi aspetto. Poco dopo, nella mia grafia, appare la risposta: "Sono qui, che cosa posso fare per te?"
Da chissà dove, dentro di me, arriva la risposta di una presenza familiare, che mi dà tutte le certezze che ho sempre desiderato nei momenti difficili. Ecco che cosa scrivo:

Sono qui, ti voglio bene. Non m'importa se non puoi fare a meno di stare sveglia tutta la notte a pinagere. io ti rimarrò accanto. Se avrai di nuovo bisogno di farmaci, ricomincia pure a prenderli, io ti vorrò bene anche così.  Se non ne hai bisogno, ti vorrò bene comunque. Niente può farti perdere il mio amore. Ti porteggerò fino alla morte, fino a dopo la morte. Sono più forte di Depressione, più audace di Solituidine e niente potrà mai stancarmi.

Mi addormento con il quaderno poggiato sul petto, aperto sull'ultimo passaggio rassicurante. La mattina, quando mi risveglio, Depressione non c'è più, se n'è andato chissà dove notte tempo, lasciando solo una traccia leggera nell'aria. E anche il suo amico Solitudine ha tolto il disturbo.

(tratto da "Mangia, prega, ama" di Elizabeth Gilbert)

mercoledì 26 ottobre 2011

Celebrazione di Samhain



Conosciuto come "capodanno celtico" o "halloween", in antichità questa festa durava 3 giorni con culmine nella notte fra il 31 Ottobre e il 1 Novembre .

Da sempre associato all'aspetto "crona" della Dea, la vecchia signora, rappresenta la "fine", la crisi e anche la difficoltà, il tutto: infatti la Dea è spesso rappresentata con la falce con la quale taglia il filo della vita o ciò che non ci serve più, i rami secchi che vanno potati.Ma la morte come fine non esiste se non collegata alla rinascita ed è il calderone a simbolegiare morte, trasformazione e rinascita nella leggenda di Keridween.
Le crisi in fondo portano a nuova vita, trasformano, ricreano.

Allo stesso tempo è la vecchia saggia, benevola, la nonna ricca di insegnamenti di vita, colei che ha compassione.

Le dee associate a questo periodo sono: Keridween, Sheeela na Gig e tutte le oscure signore come Kali, Ecate...
Il colore associato è il nero.
Gli animali simbolicamente legati a questo periodo sono la scrofa bianca, il corvo, il rospo.
La direzione nel cerchio di medicina è il Nord Ovest.

La libreria Aldebaran di Salerno, via Porta Elina 17/19, ospiterà una cerimonia rituale di celebrazione delle sacre forze che si manifestano in questo periodo dell'anno, che si terrà Domenica 30 Ottobre alle ore 19,30 e sarà condotta da Maria Luisa Pesce, tarologa con metodo Jodorowsky, astrologa, floriterapeuta, seguace degli antichi insegnamenti sciamanici.

L'ingresso all'evento è libero.

giovedì 13 ottobre 2011

Lo shock estetico

La Bellezza che nutre la nostra vita fa parte delle volatili sensazioni che il maestro Gurdjieff raccoglieva sotto termine "impressioni".
Il nostro sistema sensoriale e sensuale convoglia ogni stimolo esterno che il mondo produce e tramite questo lavoro, se esso venga compiuto su impressioni di alta vibrazione, può elevarsi, scartare le proprie manifestazioni inferiori e generare le proprie forme più alte.
Sempre secondo Gurdjieff, esistono forme d'arte oggettiva e soggettiva.
Nel primo caso abbiamo a che fare con opere che riuscirebbero oggettivamente a provocare sempre lo stesso tipo di effetto su sistema sensoriale di chi riceve, a colpire sempre gli stessi centri, l'emotivo o il mentale, l'istintivo o il motorio, con la ripetibilità tipica delle scienze esatte.
Si narra che nelle sue peregrinazioni per l'Asia a capo della carovana di persone con le quali compiva il suo lavoro spirituale, egli abbia mostrato loro antichi manufatti artistici capaci di produrre il riflesso dell'arte oggettiva, manufatti che nel suo racconto avrebbe attribuito addirittura a perdute civiltà prediluviane.

E oggi?
Oggi esiste l'arte oggettiva, la bellezza ripetibile?
Non sono in grado di dirvelo.
Posso tuttavia parlarvi dello shock estetico, della capacità intrinseca alla bellezza stessa di creare mutazioni sensibili nell'animo di chi osserva, con impatto anche intenso e a tratti violento, come pare accada nella sindrome di Stendhal.
La bellezza è in sé metodo educativo. Esporsi ad essa necessariamente produce mutazioni nel nostro animo, o, per dirla sempre con le parole di Gurdjieff, essa crea riverberi sui nostri centri superiori, alimentandoli con precise frequenze, e di volta in volta accordandoli in vibrazioni sempre più alte.
Diotima insegnò a Socrate l'arte della maieutica attraverso la condivisione e la ricerca della Bellezza.
A scuola non insegnano mai che fu una donna a partorire Socrate come filosofo, un'etera per giunta, ma anche sacerdotessa e fine disquisitrice.
La Bellezza era un tema caro agli antichi, che coincideva con i valori più alti perseguibili dall'essere umano.
Ricordate il vecchio caro ritornello che ci insegnavano a scuola: il Bene, il Vero, il Bello.
E Diotima, nelle parole di Socrate, lega la ricerca di questo Bello assoluto e oggettivo, mai definitivamente raggiungibile, alla tensione erotica, freccia desiderante che tende l'uomo verso l'infinito.
In Eros, figlio di Afrodite, antica dea della bellezza, si consuma il fuoco dell'anima umana.
Bruciamo dunque di desiderio ardente che ci accosti al misterioso segreto di questa dea che sopra tutte vinse, nel giudizio della mela.



giovedì 22 settembre 2011

L'occhio interno

Sapete quando una persona sta meglio?
Quando il suo occhio non è offuscato. 
E' certo che un uomo lo si comprende assai meglio dagli occhi che non dalle parole, scrisse a riguardo lo scrittore austriaco Robert Musil.
Offuscato significa tormentato. 
L'occhio è tormentato quando è fuori tempo.ossia sfasato, quando non è nelle cose come sono. Accade cioè ogni volta in cui il nostro sguardo è tutto concentrato sull'esterno, sul passato o sul futuro, sulle presunte cause, sugli obiettivi, sui progetti.
In altre parole, l'occhio è offuscato ogni volta in cui insegue i fantasmi della mente.
Gli occhi sono i nostri semi. 
L'occhio feconda: si tratta di un potere straordinario e unico. 
Lo sguardo è simile a una secrezione spermatica.
Dove poni lo sguardo, ti crei. Posizionandolo sul tuo interno, lo fai fiorire.
Per vivere bene, devi vivere con le leggi dell'anima.  E l'anima chiede solo di essere guardata, non di essere guidata o costretta a percorsi non suoi.
Quando giunge la tristezza, osservala e abbandonati ad essa. Se viene è perché svolge una funzione che tu non conosci e non devi conoscere. E'quanto mai utile diventare, per così dire, stranieri a se stessi, rispettare il mondo interno così com'è ed evitare la tentazione di correggerlo.  Il filosofo e matematico Pavel Florenskji scrisse a proposito della percezione che cambia la vita: "L'essenza stessa della percezione geniale del mondo  sta nella capacità di penetrare nel profondo delle cose, mentre l'essenza della percezione illusoria sta nel nascondere a se stessi la realtà

venerdì 5 agosto 2011

La costruzione di una grotta per Nuestra Senora de Guadalupe

Quindici anni fa trasferii le migliaia di libri e scritti in una casetta azzurra. Dal punto di vista di certi "moderni" c'è un modo rapido e infallibile per diventare di punto in bianco una sorta di "eccentrica" in un qualunque quartiere sempre più "per bene" del deserto Sudovest del Pese... ed è creare una cappela per la Nuestra Senora de Guadalupe secondo l'antica, venerabile tradizione...e cioè interrando per metà, in verticale, nel proprio giardino, una vecchia vasca da bagno... e collocando sotto l'arco formato dalla vasca una bella statuetta della Guadalupe, per poi piantare qualche fiorellino laddove finisce la porcellana e inizia la terra.[...]Ora mi serviva soltanto un'anima volenterosa dai muscoli forti che mi aiutasse a scavare là, in quella terra ostinata, una buca profonda più di un metro per collocarci, in piedi, una vasca di due metri. Da "vecchia credente" fiduciosa che quando siamo in cerca di una cosa buona e giusta essa ci viene incontro, pregai perchè l'anima giusta inciampasse sul mio cammino e trovasse mi guadalupe e me.
Mi ritrovai ben presto faccia a faccia con un tizio ubriaco che disse di aver sentito in giro che stavo "cercando qualcuno per costruire qualcosa".
Esitante gli mostrai i miei disegni e lui si vantò di essere il tipo giusto, "tutto muscoi e buona voglia", che ci voleva per costruire, da una vasca, una grotta per la Guadalupe. Quell'uomo malfermo sulle gambe avrà avuto al msssimo quarantacinque anni, benchè ne dimostrasse novecento: aveva un colorito smorto, capelli sporchi, e una barba incolta con peli grigi e marroni che sbucavano dappertutto.
E come tutti quelli che per un certo periodo della loro vita sono stati borrachos, alcolisti cronici, quando, più avanti negli anni, sono ancora forti bevitori, trasudava da tutti i pori quell'odore stantio del "giorno prima".[...]
Si vedeva che aveva bevuto di tutto: pulque, tequila, rum, cicchetti, grappini, birra a fiumi.
Ma l'ubriaco giunse anche provvisto di una raccomandazione di qualcuno di cui mi fidavo su questa Terra... e con una raccomandazione di qualcuno di cui mi fidavo in Cielo... lei, che nel mio cuore sussurrava: "Sì, è questo l'uomo che ti ho inviato."
E così, a testa bassa e un pò perplessa, dissi di sì. Anche se era difficile immaginare una collaborazione meno promettente. Eppure sembrava esserci anche dell'altro...
L'uomo imbattutosi nella mia vita era un muratore, di mestiere, e un'anima che aveva trascorso l'infanzia in istituti che gli avevano fracassato le ossa dello spirito, lasciandolo come morto.
Si vedeva che era forte fisicamente, dalla cintola in su, grazie ad una vita passata a trasportare mattoni, stendere intonaco e lavorare di filo a piombo a regola d'arte.
Però una delle sue gambe era quella di un uomo forte, ma l'altra... era la gamba di un ragazzo, gracilissima, con una caviglia da bambino.
Poliomelite. Se la trascinava dietro zoppicando a ogni passo.
A otto anni i suoi genitori, gente dalla vita difficile, lo aveva lasciato davanti alle porte di un istituto per poliomelitici. Non erano più tornati. Mollato là per anni in affido, poi sganciato e riappeso in vari orfanotrofi,  il piccolo sopravvissuto alla polio divenne uno di quei ragazzini che sotto la branda tenevano la birra, l'unica madre su cui molti di loro potessero contare per far passare le lunghe notti.

E queste erano le storie arteriose che il muratore aveva dentro quando giunse da me zoppicando, gli occhi annebbiati cerchiati di rosso, puzzolente, farfugliante, malfermo... e in qualche modo radioso.
Sul serio, radioso. Chiunque avesse occhi per vedere, avrebbe notato che c'era ancora qualcosa, nel suo buio, laggiù nel profondo, dentro di lui... una piccola candela accesa che tremolava al vento.
Proseguimmo.
Mano mano che gli raccontavo storie sulla Guadalupe, la Nostra Madre Benedetta, i nostri appuntamenti passarono dall'incontrarsi al bancone scrostato del var a un tavolino dal logoro ripiano di quercia giallino.
Mi resi conto che a favorire quel piccolo progresso, dal solo bere al cibo vero e proprio, era il parlare della Senora, la Guadalupe.
E il suo goffo e non indolore ri-cenrarsi in un cuore più santo, più grande di un cuore umano, proseguì con il progredire del nostro progetto. Gradualmente.
Gli raccontai la storia di Nostra Signora sulla collina di Teperac, di come lei scelse di apparire al piccolo Don Diego. Alla descrizione del piccolo fragile indio, le orecchie del muratore si drizzarono. e restarono dritte. Si vedeva che dentro di lui qualche cosa era in ascolto. 
Gli raccontai di come quel piccolo dolce indio fosse stato testimone di inenarrabili orrori e tuttavia in qualche modo fosse riuscito a sopravvivere con un cuore intatto. [...]
Come presi ad accennare alle storie legate alla mistica della Guadalupe, il muratore assunse l'autentca espressione di un bambino, anzichè quella dell'orso maltrattanto di un circo.
Gli spiegai come non agli uomini d'oro lei scelse di apparire , ma a lui che rappresentava la gente che lei ha più a cuore: quella in qualche modo abbandonata, quella comunque sia non amata, gli "intoccabili".
Il muratore intanto, chinando il capo, aveva fatto come a volte fanno gli uomini quando dalle loro vecchie fosse ancestrali sentono salire le lacrime... inforcano gli occhiali da sole anche se sono in casa e si stringono il naso con due dita, lassù tra gli occhi, come stessero meditando chissà che profondi pensieri, mentre in realtà dentro stanno piangendo. Forte.
E così il progetto della grotta crebbe e crebbe.
[...]
Non c'è altro modo per dirlo che chiaro e tondo: il muratore, verso la metà dei lavori per la grotta, smise di bere.
Così, di punto in bianco.
Non ci fu nessun "intervento", nessun affidamento a una comunità di recupero, che pure lo avrebbe aiutato molto, se ci fosse andato anni prima. Gli avevo parlato pacatamente una sera; gli avevo detto che sentivo una fitta al cuore nel vedere la sua gran bellezza e creatività così profondamnete ottenebrate dall'alcool.
Questo solo per fargli capire che era amato, notato, benvoluto da qualcuno che si interessava a lui.
Ma il resto, il come e il perchè... è mistero, come dicevano delle cose spiritualmente incomprensibili le mie care "folli in nero" (le nostre suore).[...]
Questo fu uno dei messaggi più chiari della Guadalupe.[...]
China sulle nostre ferite e ossa rotte spirituali, lei ci esorta a smettere di crederci soli nelle prove che affrontiamo... quando invece lei è sempre con noi, e possiamo sempre correre da lei, sempre nasconderci sotto il suo manto inviolato, sempre farci guidare dalla sua saggezza tanto duramente conquistata... perchè anche lei sopportò miracoli e sofferenze in vita sua, e perse tuttò ciò che la sua anima aveva di più prezioso nel mondo ottenebrato dall'umana stoltezza, debolezza, fragilità di spirito...
Eppure è ancora qua, radiosa di luce, Vaso di Sapienza Eternamente Diffusa, a esortarci di ricordare che per invocarla non c'è nulla di complesso da fare: basta chiamarla con quel  nome del cuore inscritto nell'anima di ognuno di noi prima di inviarci sulla Terra, quell'unica parola che ciascuno di noi conosceva bene prima di sapersi nutrire e reggere in piedi da solo... la Primissima Parola scritta nei cuori di tutta l'umanità di tutto il pianeta:
Ma 
Mamà
Mami
Mamo
Madre


Tratto da Forte è la Donna, di Clarissa Pinkola Estes, Frassinelli Editore 2011


lunedì 25 luglio 2011

Cerimonia di recupero dell'anima

In Borderlines Charles Nicholl parla della perdita dell'anima e descrive un caso di recupero dell'anima avvenuto ai nostri giorni in Tailandia. Mentre stava attraversando a nuoto un fiume in Tailandia, per dirigersi in Laos assieme ad una donna tailandese di nome Katai, sia lui che la donna furono travolti dalla corrente. Si trattò di un'esperienza molto traumatica per Katai. In seguito la donna gli fornì alcune spiegazioni sul khwan hai, ovverosia la perdita dello spirito. Gli disse:"Noi diamo il nome di Khwan allo spirito che si trova all'interno di ognuno di noi. Il Khwan è qualcosa che possiamo perdere molte volte nel corso della nostra vita. Quando sei malato o hai subito un grosso trauma, noi diciamo Khwan Khwaen che vuol dire che il tuo Khwan si trova sospeso sopra di te." E proseguì spiegando:"Si può perdere il Khwan quando nella vita avvine qualche grosso cambiamento, come quando ci si sposa o si ha un bambino o quando muore qualcuno che amiamo molto. Il Khwan è ciò che vola via da noi. Noi lo chiamiamo l'anima- farfalla, perchè vola via da noi così facilmente."
Disse a Charles Nicholl che doveva trovare qualcuno che celebrasse il bai see soo khwan, una cerimonia per richiamare indietro il Khwan. La cerimonia sarebbe costata molti soldi, ma la risposta di Katai fu: "Ne varrebbe la pena anche se costasse il doppio. E' come pagare per un'operazione quando sei malato. E'qualcosa che va fatto, costi quel che costi."
[...]

"Furono approntati molti oggetti, che sarebbero stati usati come offerte, e svariate decorazioni per il Sao Khwan.
I fiori vennero composti in picccoli mazzi e ognuno di essi poi fu avvolto in una foglia di banana. Ogni foglia fu lucidata fino a farla brillare. I fiori erano per il Pha Khwan, una struttura conica a più strati, posta su un piatto di argento dorato, che serviva a contenere le offerte donate per invitare il khwan a tornare. Oltre ai fiori, c'erano anche due polli cotti; una mezza bottiglia di whisky; dei dolci di riso bollito, zucchero di canna e zucca candita; alcuni pezzetti di miang; delle foglie e noci di betel; delle candeline rosa; ed una serie di piccoli doni simbolici: un braccialetto, un orologio da polso ed un bicchere di whisky. Charles Nicholl reagì alla vista di quelle offerte con la seguente osservazione:"C'è qualcosa di incantevole in questo modo di rappresentare il Khwan come una creatura infantile e volubile, che viene convinta a tornare da tutta questa serie di gingilli e dolcetti preparati appositamente per lei."

La cerimonia proseguì con un canto che l'uomo degli spiriti recitò in lingua pali e birmano. Una parte del canto era rivolta ai trentadue minikhwan, ciascuno dei quali rappresenta una parte del Khwan che vive in diverse parti del corpo. Dopodichè l'uomo si rivolse agli spiriti del fiume e menzionò la "Signora Fiore di Cocco", una sorta di ninfa dei boschi che Katai amava tanto. Poi invocò il Khwan di Katai, rivolgendosi direttamente a lui con le segueti parole:"Vieni, o Khwan. Non permettere che ilKkhwan della testa venga dissuaso, nè che alcuno dei trentadue Khwan del corpo di questa ragazza si scoraggi. Puoi tornare qui senza correre alcun rischio. Ti prego, acconsenti. Guarda, abbiamo organizzato una festa per te. Ti abbiamo portato dei begli abiti da indossare e uno specchio in cui poterti rimirare, anche se noi non possiamo vederti. Ti abbiamo preparato una festa davvero splendida"
L'uomo degli spiriti proseguì magnificando in questo modo ciascuna delle offerte. Questa fase della cerimonia andò avanti per circa un quarto d'ora. Katai rimase sempre inginocchiata a capo chino, con la mano destra su Pha Khwan. Ad un certo punto l'uomo degli spiriti smise di cantare e tutti i partecipanti rimasero seduti in silenzio per un paio di minuti.

Poi l'uomo degli spiriti fece un cenno di assenso e tutti si rilassarono. Durante quei minuti di silenzio il Khwan di Katai era tornato, attirato dal canto dell'uomo degli spiriti e dalle offerte, benchè non si fosse ancora insediato nel corpo della ragazza, ma avesse preso dimora nel Pha Khwan.

La cerimonia andò avanti. Le mani di Katai vennero spruzzate con acqua di fiori. Dopodichè le venne dato del cibo per incoraggiare il Khwan a compiere l'ultima tappa del suo viaggio di ritorno. Alcune delle parole usate in quest'ultima fase furono: "O Khwan, vieni a prendere il cibo dalle sue mani. Fa che lei possa tornare ad essere forte e coraggiosa, liberala dalla malattia, lascia che apra le palme delle sue mani ed ottenga ciò che vuole. Vieni a prendere questo cibo."
Infine, un filo beneaugurale fu usato per suggellare il ritorno del Khwan el copro di Katai. Il filo in questione era un pezzo di spago che era stato benedetto e poi legato attorno al polso della ragazza. Il filo serve a legare fortuna, salute e felicità, che a loro volta legano il Khwan al corpo. La cerimonia ora era completa.


sabato 16 luglio 2011

Il ritorno di Anima

Non c'è dubbio che il mondo odierno stia modificando la propria frequenza vibrazionale. Questo si può dirlo non tanto perchè riusciamo a misurare con strumenti umani le impercettibili note galattiche emanate da Gaia, nè perchè ciecamente crediamo a Greg Braden quando ci parla dell'inversione di rotta del nostro pianeta. Tuttavia il segnale è palpabile, visibile e presente intorno a noi tutti, e, come dice Salvatore Brizzi, a volte (o quasi mai) non deve essere la mente logica e duale a giudicare, ma l'intelligenza del cuore, altrimenti detta intuizione. Se per un attimo ascoltate questa voce interna, essa padrona, e non il contrario, del sistema di classificazione in cartelle chiamato mente, sentirete, questo è il vocabolo adatto, il processo di purificazione e sobbollimento in atto intorno a noi tutti, il vivo fermento, l'agitazione creativa e inquieta, la ridefinizione, il ridisegnamento a cui siamo sottoposti noi tutti. E' un periodo intenso questo, fatto di grandi capovolgimenti fuori e dentro di noi. Uomini e donne ridisegnano intensamente il proprio profilo, come mai fino ad ora, quasi costretti, quasi per necessità. Sembra di non poter sfuggire a questo gioco avviato e impossibile da fermare. Si abbandonano vecchi modelli di pensiero o, quantomeno, si viene ferocemente travolti da essi, qualora non siamo disponibili alla "trasmutazione". Perchè questo è il senso del periodo storico nel quale ci siamo addentrati: la pece nera dei nostri rimossi emotivi viene a galla, chiedendo di essere tramutata in oro. Sento sempre più gente dire che ha notato come cose accadute nell'infanzia ( ti citano una frase, ti mostrano un'istantanea virtuale ed emotiva del momento) siano ancora direttrici delle loro vite; che ritrovano in sè modelli di comportamento coltivati in segreto per generazioni nell'humus fertile perchè oscuro delle famiglie, che lunghe catene di donne- madri serventi hanno generato lunghe catene di uomini egotici e anaffettivi. Il dramma allora è che ci troviamo di fronte a donne preda della loro sensibilità che inseguono uomini che non hanno mai davvero integrato il proprio femminile. Ci troviamo di fronte a donne troppo maschili, troppo asserventi, troppo preoccupate, troppo eteroriferite e a uomini parlando con i quali abbiamo la sensazione che non sappiano minimamente a cosa stiamo alludendo. In un famoso libro che è stato uno dei best sellers della New Age, "Le donne vengono da Venere, gli uomini da Marte", il tutto veniva fatto risalire a una fonte filogenetica che aveva diviso ruoli e competenze fin dal tempo dei dinosauri sulla terra: l'uomo, le caverne, qualcosa sugli orsi, sul procacciare cibo e allevare i figli. Ho i miei dubbi su questa tesi che trovo assai fallace. Credo invece , assai più veritieramente, che un asse sia sbilanciato, che un equilibrio sia drammaticamente spostato e che una grande assente manchi dal tavolo della concertazione dell'umanità: un'essenza quanto mai necessaria e di fiamma, che spesso è stata chiamata Anima. Non intendo con essa il nostro doppio eterico che sopravviverà a noi nel momento della morte, quanto bensì il mitologema, l''Immagine antica e possente di una Donna forte come la fiamma, legata alla Terra, alle Acque interiori ed esterne, al principio immanente della vita, intelligenza intrinsecamente plasmatrice di tutte le cose, Colei che dà forma nel caos, l'Anima Mundi di Plotino, la Maria dei cristiani, la Sofia esoterica, l'Anna nera degli zingari, il principio femminile, necessario, infinitamente compassionevole e intimamente connesso al senso dell cose: tutto questo è Anima. E se Jung, tiepidamente, ne tracciava vaghe forme intuendo una creatura ondivaga più vicina ad un' ondina, elemento acqueo, affascinante, sensuale, ma anche a suo modo debole, priva di consistenza e di corpo, qui si rivendica la possenza della Madre primordiale, i cui piedi sono le fondamenta della Terra, la cui lucida preveggenza riempirà i cieli quando noi saremo stati capaci di distruggere ogni cosa, perchè Lei sopravvive e ricrea, ricrea in eterno. In quanti miti la Donna antica viene scacciata dal mondo o peggio ancora se ne allontana lei stessa: ricordo quanta tristezza mi fece da piccola leggere di Astrea, dea della Giustizia, più veritieramente portatrice di un antico ordine cosmico, che si allontanò dalla terra per collocarsi in cielo, disgustata dal comportamento degli uomini. La Madre è in esilio. Volontario, necessario, autoimposto, subito, poco importa. L'asse è spostato. L'unione alchemica è impossibile, la Dea nella sua dignità è nera a indicare non solo la sua natura oscura perchè non direttamente conoscibile. Dicono gli indù che Shiva danzando manifesta il mondo, ma Shiva è freddo cadavere senza il tocco caldo della Shakti, sua sposa. Lo yang, l'azione nel mondo, il fare, il divenire, sono materia inerme, sono gesti privi di senso senza il tocco creatore e rinvigorente di Anima, il principio sotteso, e dunque nascosto, e quindi immanifesto, eppure presente, omnipresente, ordinatore e intelligente, in tutte le cose. Se cercavamo un Dio, lo abbiamo trovato. E' la Donna che partorisce il Bambino divino, é Shakti che con il suo bacio di fuoco anima la Danza di Shiva, è Anima la sottile intensa luminosa energia femminile che genera la struttura del mondo.

lunedì 11 luglio 2011

L'Amante Perfetto

Ho bisogno d'un amante che,
ogni qual volta si levi,
produca finimondi di fuoco
da ogni parte del mondo!
Voglio un cuore come inferno
che soffochi il fuoco dell'inferno
sconvolga duecento mari
e non rifugga dall'onde!
Un Amante che avvolga i cieli
come lini attorno alla mano
e appenda,come lampadario,
il Cero dell'Eternità,entri in
lotta come un leone,
valente come Leviathan,
non lasci nulla che se stesso,
e con se stesso anche combatta,
e, strappati con la sua luce i
settecento veli del cuore,
dal suo trono eccelso scenda
il grido di richiamo sul mondo;
e,quando,dal settimo mare si volgerà
ai monti Qàf misteriosi da
quell'oceano lontano spanda
perle in seno alla polvere!    

Gialal-ad-din-Rumi

domenica 10 luglio 2011

La Giusta Collera

Molte donne sono sensibili come la sabbia è sensibile all'onda, come gli alberi sono sensibili alla qualità dell'aria, come una lupa può percepire un'altra creatura che a un chilometro di distanza si addentra nel suo territorio. Lo splendido dono delle donne così "accordate" è di vedere, sentire, percepire, ricevere e trasmettere immagini e idee e sensazioni con la velocità del lampo. Per la maggior parte, le donne riescono a percepire il minimo cambiamento di umore negli altri, sanno leggere sui volti e sui corpi- e ciò viene chiamato intuizione- e spesso  in una pletora di piccolissimi indizi che si fondano per confermarle che sa che cosa avviene nella testa degli altri. Per usare tutte queste doti selvagge, le donne restano sempre aperte a tutto. Ma questa apertura rende i loro confini vulnerabili, esponendole alle ferite dello spirito.
Per questo motivo una donna può avere una sorta di rabbia diffusa che la costringe a scavare, o a ricorrere alla freddezza come anestetico, o a pronunciare parole dolci quando vorrebbe castigare o offendere.
Può piegare alla sua volontà coloro che da lei dipendono, minacciarli di rompere una relazione, privarli del suo affetto. Può negare una lode, e persino la meritata fiducia e, in generale, può agire da persona il cui istinto è molto ferito. E' un dato di fatto che una persona, se tratta così gli altri, è vittima di un attacco intensivo, nella psiche, daparte di un demone che la tratta esattamente nello stesso modo.
Molte donne così afflitte decidono di procedere a un gran repulisti, di non essere più meschine e di mostrarsi "più gentili", più generose. E' apprezzabile, ed è spesso un sollievo per quanti la circondano, se però non si identifica troppo con la persona che deve dare. Così facendo ed evitando qualsiasi confronto, comincia a sentirsi meglio. Ma non dura. Non è questo l'insegnamento che stiamo cercando. Vogliamo sapere quando liberare una giusta collera e quando no. 
Per lo più i lupi evitano il confronto, ma quando devono difendere il territorio, quando qualcosa o qualcuno li minaccia, o li mette alle strette, allora esplodono, Accade di rado, ma la capacità di esprimere questa rabbia rientra nel loro repertorio e dovrebbe rientrare anche nel nostro.
Nella sua psiche istintuale, una donna ha il potere, quando viene provocata, di essere in collera in modo sensato- e questo è possente. La collera è uno dei suoi modi innati per riuscire a conservare gli equilibri che le sono cari, tutto quanto davvero ama. E' un suo diritto e, in talune circostanze, è un dovere morale.
Per le donne significa che esiste un momento in cui mostrare i denti, la grande capacità di difendere il territorio, di dire: "I limiti sono stati raggiunti e non è possibile valicarli. Il caprone non deve andare oltre. E, aspetta, ho qualcosa da dirti, le cose devono cambiare decisamente."
Spesso le donne hanno dentro un guerriero esausto, affaticato dalla lotta, che non vuole saperne più nulla, non vuole parlarne, non vuole averci nulla a che fare. Per questo nella psiche trova posto un'oasi inaridita.
E' sempre, dentro o fuori, un luogo di grande silenzio, in cui attendere, in cui implorare perchè avvenga qualcosa di tumultoso, di sconvolgente che ricrei la vita.
L'Illuminazione non avviene durante il fatto in sè, ma quando l'ullusione è distrutta e si vede il significato nascosto.

lunedì 20 giugno 2011

Il recupero dell'Intuito come Iniziazione- parte III

Il terzo compito è:

consentire di avventurarsi nel luogo dell'iniziazione profonda, (la foresta) e comicniare a esperire il nuovo apparentemente pericoloso numen dell'essere nel proprio potere intuitivo.
Imparare a sviluppare sensibilità sulla direzione verso il misterioso inconscio e basarsi solamente sui propri sensi interiori. Imparare la via del ritorno alla Madre Selvaggia, imparando ad alimentare l'intuito. Lasciar morire ancor di più la fragile fanciulla ignorante. Trasferire il potere alla bambola, ovvero all'intuizione.

Esiste una forma di magia empatica fra la donna e il suo intuito.
Questo è ciò che bisognerebbe tramandare da donna a donna, questo felice legame e nutrimento.
Raffoziamo il nostro legame con la nostra natura intuitiva ascoltandoci dentro a ogni svolta della strada.
"Prendo questa o quella direzione? Mi fermo o proseguo? Devo resistere o essere flessibile? Devo correre via o incontro? Questa persona , questo evento, questa avventura sono veri o falsi?"

La rottura del legame tra la donna e il suo intuito selvaggio è spesso fraintesa, si pensa che l'intuito si sia spezzato. Non è così.
E' spezzato piuttosto il felice passaggio matrilineare della fiducia nell'intuito, tra una donna e tutte le femmine della sua stirpe che l'hanno preceduta, quel lungo fiume di donne che è stato arginato.

La donna può avere una visione debole della sua saggezza intuitiva, ma con la pratica tornerà e si manifesterà a pieno.
Questa funzione intuitiva appartiene a tutte le donne. E' una ricettività massiccia e fondamentale.
Non la ricettività della psicologia classica, che è un contenitore passivo, ma la ricettività nel possedere accesso immediato a una saggezza profonda che ariva fin nelle ossa delle donne.

venerdì 17 giugno 2011

Il recupero dell'Intuito come iniziazione- parte II

Il secondo compito è:

imparare sempre meglio a lasciar andare la madre eccessivamente positiva. Scoprire che essere buone, dolci, carine non renderà più lieta la vita. Esperire direttamente la propria natura oscura, e in particolare gli aspetti esclusivisti, gelosi e sfrutttatori dell'io. Possederli. Strinegere il miglior rapporto possibile con le parti peggiori di sè. Lasciar crescere la tensione fra colei che ha dovutoimparare ad essere e colei che realmente è. Infine, lavorare per lasciare che il vecchio io muoia e nasca il nuovo io intuitivo.

Esistono elementi della psiche provocatoriamente oscuri, aspetti significativi di sè considerati indesiderabili dall'io, non utili, e pertanto relegati nell'oscurità. Ma anche il materiale oscuro negativo può essere utile, come vedremo, perchè quando erutta e finalemnte vediamo quesgli aspetti e le relative fonti, diventiamo più forti e sagge.
In questa fase dell'iniziazione, la donna è molestata dalle grette richieste della psiche che la esorta a compiacere qualunque desiderio altrui.
Essere se stesse significa essere esiliate da molti altri, e compiacere le richieste altrui fa sì che ci si senta esiliate da se stesse.
Le donne che cercano di rendere invisibili i loro sentimenti più profondi si smorzano.
La luce si spegne.
E' una forma dolorosa di animazione sospesa.

venerdì 10 giugno 2011

Il Fiume, la vita creativa, la Shakti.

Come può inquinarsi la vita creativa di una donna?
Quando questo avviene esse affermano di "non poter pensare a nulla di nuovo", utile o giusto per loro. Si lasciano facilmente distrarre da faccende di cuore, dall'eccessivo lavoro, dal gioco, dalla stanchezza o dalla paura del fallimento:
  • talvolta non riescono a far funzionare i meccanismi dell'organizzazione e il loro progetto resta sparpagliato in mille pezzi
  • talvolta i problemi derivano da ingenuità sulla propria estroversione. Pensano, azzardando qualche mossa nel mondo esterno, di aver aver compiuto davvero qualcosa, ma è come fare una cosa con le braccia, senza usare le gambe o la testa: rimane necessariamente incompleta
  • talvolta la donna si muove nella sua introversione e vuole solo desiderare: pensa che avere un'idea sia sufficiente e che non occorra manifestarla
  • altre volte subisce l'attacco di quanti la circondano o di voci che le risuonano nella testa: "La tua opera non è sufficientemente buona, nè abbastanza ben fatta. E' troppo pomposa, troppo misera, troppo facile, troppo difficile..."
  • le scuse sono un'altra forma di inquinamento: "Non ho soldi, non ho tempo, non riesco a trovare il tempo, non mi sembra il momento giusto, l'umore non è adatto..."
Spesso siamo convinte che  dobbiamo faticare per guadagnarci da vivere facendo cose che ci svuotano, non ci lasciano tempo per creare, distruggono la nostra volontà di immaginare.
Quando la creazione è avvelenata o impantanata, la donna cecra di ignorare le condizioni dell'animo.
Fa qualcosina, leggiucchia, ma sono tutte cose senza sostanza.
Sta soltanto prendendo in giro se stessa.
Quando il fiume muore, manca la sua corrente, manca la sua forza vitale.
Gli Indù dicono che senza Shakti, la personificazione della forza vitale femminile, Shiva, che racchiude la capacità di agire, diventa un cadavere.
Lei è l'energia vitale che anima il principio maschile e a sua volta il principio maschile anima l'azione del mondo.

martedì 7 giugno 2011

Il recupero dell'Intuito come iniziazione

L'intuito è il tesoro della psiche femminie. E' come uno strumento divinatorio, cme un cristallo attraverso il quale si vede con misteriosa visione interiore. E' come una vecchia saggia sempre presente e pronta a dirvi esattamente di che si tratta, esattamente se andare a sinistra o a destra. 
E' una forma di Colei che sa, la Donna Selvaggia.

Spesso le cose non sono come appaiono.
In quanto donne noi ricorriamo all'intuito e agli istinti per scoprire le cose.
Usiao tutti i nostri sensi per strappare la verità alle cose, per estrarre nutrimento dalle idee, per vedere quel che c'è da vedere, per sapere quel che c'è da sapere per essere custodi del fuoco creativo e avere una conoscenza intima dei cicli di Vita/Morte/Vita della natura nel suo complesso: questa è una donna iniziata.

L'Iniziazione è messa in atto dall'esecuzione di alcuni compiti: nove sono quelli che la Psiche selvaggia deve portare a termine. Riguardano l'apprendimento degli antichi modi dell'Antica Madre Selvaggia.
Grazie all'adempimento di questi compiti, l'intuito femminile, quell'essere sapiente che cammina ovunque una donna cammini, che osserva tutto dalla sua esistenza e ne commenta la verità con esattezza, viene ricollocato nella psiche.
Il fine è una relazione affettuosa e sincera con questo essere che chiamiamo "la donna sapiente", la Donna Selvaggia.

Ecco il primo compito:
accettare che la madre psichica vigilante, protettiva, non sia adatta come guida centrale della propria vita istintuale futura.  Assumersi il compito di essere sole, sviluppare la propria consapevolezza del pericolo, dell'intrigo, della politica. Diventare vigili, da sè e per sè.
Lasciar morire quel che deve morire. Al morire della madre, nasce la nuova donna.


[to be continued...]

giovedì 2 giugno 2011

Morte e rinascita sciamanica

In tutto il mondo esistono immagini di Dee smembrate: in India, tra i Sumeri, in Messico.
Come metafora sciamanica queste immagini ritraggono la morte o la disintegrazione che precede ogni rinascita in una nuova forma.
Il Femminino è stato fatto a pezzi, frantumato e sparpagliato sulla terra.
Abbiamo perso la sapienza istintiva che ci apparteneva per diritto ereditario biologico nei millenni precedenti lo sviluppo delle civiltà patriarcali.
Non si tratta di tornare al passato, ma di risvegliare i sensi istintuali e l'autorità necessaria per agire secondo ciò che i nostri corpi sanno essere la verità.
E' necessario che ciascuna di noi rivolga la propria attenzione dentro di sè e che tutte incominciamo a creare in mdo attivo e intelligente il mondo che vogliamo.
Riprendere davvero possesso di sè e stabilire in sè il proprio centro per una donna è impresa monumentale e difficile che richiede lavoro attento.
E' il lavoro che chiamo sciamanesimo femminile, una profonda e graduale conoscenza di se stesse e una guarigione o un risanamento del disagio- malattia del nostro tempo.
Per ciascuna di noi sperimentare la crisi della dipendenza radicata e l'impulso a superarla in favore di un'assunzione diretta di potere significa  risvegliarsi alla guarigione.
La crisi di guarigione sciamanica è spesso acompagnata da malattia, depressione o lesioni che ci costringono a guardare in faccia la morte come possibilità reale e la vita come scelta potenziale.
Le donne shakti sono le femmine umane che sentono il richiamo della Dea Oscura: la profonda, ferma volontà di vivere si leva dall'interno del corpo del pianeta.
Le mestruazioni sono una morte sciamanica e una rinascita che si ripetono ogni mese. Se prendiamo confidenza con il mutamento, possiamo diventare molto abili a lasciare il vecchio ancora prima di aver percepito il nuovo a livello conscio, confidando nel ritorno ciclico che si ripresenta sempre.
Spesso sappiamo, cioè siamo intuitive, ma a livello profondo non veniamo incoraggiate ad agire in base alla nostra conoscenza.
Dobbiamo riuscire ad essere veramente presenti.

(Tratto da "Il risveglio della Dea" di Vicki Noble)











mercoledì 1 giugno 2011

La chiamata sciamanica

"Come sciamana sono obbligata dagli Dei ad aiutare gli uomini e a questo scopo ho ricevuto il dono della visione, la possibilità di comunicare con gli Spiriti e la capacità di curare."

Nadia Stepanova

Lo sciamano mi disse:" Devi curarti da sola. Sei circondata di fuoco, stai bruciando e questo fuoco rappresenta la tua energia che è molto grande e che dovresti usare per aiutare gli altri." Mi spiegò che la data entro la quale avrei dovuto diventare sciamana era già passata e che per questo ero così malata. 
Mi disse che per molte vite ero diventata una sciamana e che anche i questa esistenza avevo ricevuto il dono.
Le manifestazioni della mia malattia aumentarono ancora di più, ma tutto quello a cui prima non prestavo attenzione ora cominciava ad attirarmi.
Le visioni erano sempre più forti .
Nacque dentro di me una passione: ero attratta da tutte le forme di guarigione e dai vari metodi di cura. Collezionavo qualsiasi testo mi capitava fra le mani che parlasse di medicina e delle varie terapie.
Quello era il modo degli Dei di prepararmi.
Infine, una mattina, alla fermata del pullman, sentii una voce che mi diceva:" Se non accetti di diventare sciamana, arriverà un grosso camion blu che ti ucciderà."[...]

Non sono stata l'unica sciamana ad aver vissuto una vita così difficile, gli sciamani di tutti i tempi hanno superato grandi difficoltà per prepararsi alla loro missione sulla terra.
E tuttavia devo ringraziare gli Dei di avermi insegnato cos'è la malattia, perchè ora, quando vedo l'energia di qualcuno abbandonare il suo corpo, riesco a capire perfettamente cosa sta provando, conosco la sua paura.

(tratto da "L'invocatrice degli Dei, storia di una sciamana buriata" di Nadia Stepanova)





domenica 29 maggio 2011

Shelomò e Shulamìt

In quella piccola biblioteca che è la Bibbia si trova un libretto breve che porta il titolo "Il Cantico dei Cantici". Shirà schirìm in ebraico, locuzione che esprime un superlativo. Dire cantico dei cantici significa dire "il cantico per eccellenza" come tentava un volgare italiano dell’inizio del ‘400, facendone un femminile: la cantica.

Il testo viene attribuito a Salomone, il grande re, poeta, che secondo la testimonianza del primo libro dei Re (I Re 5,12) pronunziò 3000 proverbi e i suoi canti sono del numero di 1500.

Quest’uomo, re Salomone, saggio, sapiente, un cuore capace di ascolto, porta però nel suo nome inscritta la pace. Shelomò ha la stessa radice di shalom, pace. Dunque Salomone andrebbe tradotto "il pacifico" e accanto a lui c’è Shulamìt, "la riappacificata", una donna. Tuttavia questo libretto si presenta pieno di enigmi: è un libro di amore, è attribuito a Salomone, ma chi sono i protagonisti? Tra chi si svolge questo canto? Sì, è vero, il testo parla di Shelomò, parla di Shulamìt, il pacifico e la pacifica, ma questi sono nomi che non si riferiscono certamente a personaggi storici. Non il re Salomone, e neanche una delle donne di Salomone, la Sulamite Abisàc. Tuttavia se Pacifico e Pacifica restano un enigma quanto alla loro identificazione, questi nomi comunicano una prima importante verità del cantico. Per fare l’amore, per essere in una relazione d’amore, fino a cantarla, fino a farne un’opera d’arte, ci vuole shalom, ci vuole la pace, ossia bisogna spegnere ogni violenza. E nell’amore voi sapete quanto la sessualità sia legata alla violenza. Solo chi conosce la pace, lo shalòm, al punto che tutta la sua persona diventa shelomò, conosce il vero amore.

venerdì 27 maggio 2011

Il Raggio Verde di Raffaele

Quando l’alba tinge di lunghi fili rosa il cielo e sembra quasi che il mondo trattenga il respiro, ammaliato dalla bellezza, in quel preciso momento Raffaele, uno dei tre Angeli che stanno al cospetto di Dio, apre le mani e comanda al giorno di succedere alla notte (Schwab, 1897, p. 361). Raffaele, il cui nome significa “Dio ha guarito” è infatti, secondo la tradizione giudaica, l’Angelo dai poteri taumaturgici preposto al sole, alla luce, alla gioia, all’amore, alla preghiera.

Parecchi studiosi hanno evidenziato lo stretto parallelismo che intercorre tra la figura e gli attributi del dio greco Hermes – il Mercurio romano– e l’Arcangelo Raffaele.
Sembra interessante sottolineare che, tra i noti attributi del dio greco, vi era anche quello di portare una verga con due serpenti intrecciati, il caduceo, munito anch’esso di piccole ali; Raffaele, secondo Origene (Contra Coelsum, VI, 30, in Patrologia graeca, XI, coll. 1338-42) per i suoi poteri taumaturgici, era rappresentato talvolta come un serpente!
Nel libro di Tobia Egli ci appare in molteplici ruoli, tra cui quello di compagno di viaggio. Questo racconto biblico, tra i più antichi, narra com’è noto, le vicende del giovane figlio di Tobia e del suo Angelo custode, Raffaele in persona. 
Siamo a Ninive al tempo di Salmanassar (726-722) e di Sorgaan II (721-705) e Tobia è un deportato ebreo molto pio che vive in questa città con la moglie Anna e appunto con il figlio Tobiolo.
Giunto in età avanzata, Tobia è vittima di uno strano incidente: mentre riposa all’aperto gli escrementi di un passero gli cadono negli occhi causandogli un’infezione che lo rende cieco. Sentendosi vicino alla morte, incarica il figlio di recarsi nella regione della Media per riscuotere del denaro che gli era dovuto.
La storia racconta che, a questo punto, senza svelare la propria identità, l’Arcangelo Raffaele si presenta alla porta di Tobia offrendosi di accompagnare Tobiolo nel suo viaggio.
Dopo aver ricevuto la benedizione di Tobia, e malgrado le proteste di Anna, timorosa di far partire ilragazzo con uno sconosciuto, i due si mettono in cammino accompagnati dal cagnolino del giovane.
Durante una sosta sulle rive del Tigri, Tobiolo decide di bagnarsi, ma improvvisamente un pesce enorme sbuca fuori dall’acqua e minaccia di divorarlo. Raffaele incita Tobiolo a non avere paura, ma anzi lo aiuta, con i suoi consigli, a pescarlo e gli raccomanda di conservarne il cuore, il fiele e il fegato.
Giunti a destinazione, Tobiolo ritira il denaro e Raffaele suggerisce di fare una sosta presso la casa di un parente del ragazzo, la cui figlia, Sara, avrebbe potuto essere una sposa ideale per lui. Arrivati a casa di Sara, anch’essa ebrea figlia di esuli, Tobiolo viene a sapere che questa è posseduta dal demone Asmodeo, che ha già divorato i suoi precedenti sette mariti durante la prima notte di nozze. Consigliatodal suo compagno, Tobiolo, malgrado la grande paura, sposa ugualmente Sara e, seguendo le indicazioni di Raffaele, una volta solo con la sposa nella stanza nuziale, brucia in un incensiere il cuore e il fegato del pesce pescato durante il viaggio creando un fetore talmente insopportabile che Asmodeo è costretto a fuggire nelle regioni dell’Alto Egitto, dove viene incatenato mani e piedi dall’Angelo Raffaele stesso.
Messisi in cammino con Sara, i viaggiatori raggiungono la casa di Tobia dove Raffaele ordina a Tobiolo di spalmare il fiele del pesce sugli occhi del padre e in tal modo ne rende possibile il riacquisto della vista.
Davanti a tanti strani fatti Tobia chiede a Raffaele di svelarsi e gli domanda come avrebbe potuto ricompensarlo. A ciò egli risponde: “Sono Raffaele, uno dei sette Angeli che sono sempre pronti a entrare alla presenza della maestà del Signore. Ora benedite il Signore sulla terra e rendete grazie aDio. Io ritorno a Colui che mi ha mandato.” (Tobia 12,15).

domenica 22 maggio 2011

Bilqis, Makeda, la Regina di Saba

[...]1La regina di Saba, sentita la fama di Salomone, venne per metterlo alla prova con enigmi. 2Venne in Gerusalemme con ricchezze molto grandi, con cammelli carichi di aromi, d'oro in grande quantità e di pietre preziose. Si presentò a Salomone e gli disse quanto aveva pensato. 3Salomone rispose a tutte le sue domande, nessuna ve ne fu che non avesse risposta o che restasse insolubile per Salomone. 4La regina di Saba, quando ebbe ammirato tutta la saggezza di Salomone, il palazzo che egli aveva costruito, 5i cibi della sua tavola, gli alloggi dei suoi dignitari, l'attività dei suoi ministri, le loro divise, i suoi coppieri e gli olocausti che egli offriva nel tempio del Signore, rimase senza fiato. 6Allora disse al re: "Era vero, dunque, quanto avevo sentito nel mio paese sul tuo conto e sulla tua saggezza! 7Io non avevo voluto credere a quanto si diceva, finché non sono giunta qui e i miei occhi non hanno visto; ebbene non me n'era stata riferita neppure una metà! Quanto alla saggezza e alla prosperità, superi la fama che io ne ho udita. 8Beati i tuoi uomini, beati questi tuoi ministri che stanno sempre davanti a te e ascoltano la tua saggezza! 9Sia benedetto il Signore tuo Dio, che si è compiaciuto di te sì da collocarti sul trono di Israele. Nel suo amore eterno per Israele il Signore ti ha stabilito re perché tu eserciti il diritto e la giustizia". 10Essa diede al re centoventi talenti d'oro, aromi in gran quantità e pietre preziose. Non arrivarono mai tanti aromi quanti ne portò la regina di Saba a Salomone. 11Inoltre, la flotta di Chiram, che caricava oro in Ofir, portò da Ofir legname di sandalo in gran quantità e pietre preziose. 12Con il legname di sandalo il re fece ringhiere per il tempio e per la reggia, cetre e arpe per i cantori. Mai più arrivò, né mai più si vide fino ad oggi, tanto legno di sandalo.
13Il re Salomone diede alla regina di Saba quanto essa desiderava e aveva domandato, oltre quanto le aveva dato con mano regale. Quindi essa tornò nel suo paese con i suoi servi.[...]

venerdì 20 maggio 2011

Tecniche per ritornare a Casa.

Il ritorno a casa è molte cose diverse per donne diverse.
Alcuni modi sono profani, altri divini, ma, vi avverto, la collocazione precisa della porta per tornare a casa cambia ogni volta e, questo mese, potrebbe trovarsi in un posto diverso dal mese scorso.

Rileggere passi di libri o di poesie che ci hanno commossi.
Passare alcuni minuti in riva a un fiume, accanto a un corso d'acqua o in una caletta.
Sdraiarsi per terra nella luce che filtra fra gli alberi.
Stare con la persona che si si ama senza i bambini attorno.
Sedere sotto il portico a sgranare, sbucciare o rammendare qualcosa.
Camminare o guidare per un'ora, senza meta, e poi tornare.
Prendere un autobus con destinazione sconosciuta.
Tamburellare con le dita ascoltando musica.
Salutare il sole che sorge.
Raggiungere fuori città un posto in cui le luci non interferiscano con il cielo notturno.
Pregare.
Tenere in braccio un bambino piccolo.
Sedere al caffè, accanto alla finestra, e scrivere.
Asciugarsi i capelli al sole.
Aprire le mani sotto la pioggia.
Curare le piante e sporcarsi ben bene le mani di terra.
Contemplare la bellezza, la grazia, la commovente fragilità degli esseri umani.


giovedì 19 maggio 2011

La perdita della pelle-Anima

Ogni Donna lontana dalla sua casa anima alla fine si esaurisce. 
Così è e deve essere.
 Allora si rimette a cercare la sua pelle per resuscitare il suo senso dell'Io e dell'Anima, per restaurare la sua conoscenza profonda e oceanica.
A volte perdiamo la sensazione di essere completamente nella nostra pelle.
Queste sono fasi cicliche che appartengono alla natura istintuale delle donne  e sono innate per tutta la vita.
Perdiamo la pelle- anima lasciandoci troppo coinvolgere dall'io, diventando troppo perfezioniste o facendoci senza necessità martirizzare, o lasciandoci trascinare da un'ambizione cieca, o abbandonandoci all'insoddisfazione senza fare o dire nulla, o pretendendo di essere una fonte inesauribile per gli altri, o non facendo tutto il possibile per aiutarci.
Non possiamo conservare costantemente un'acuta consapevolezza, e dunque non possiamo trattenere per sempre la pelle - anima. 
Ma possiamo imparare a ridurre al minimo il furto.

Il sostegno terapeutico

Il sostegno terapeutico è prima di tutto sostenere la qualità di autoguarigione del paziente, stare in contatto con il bisogno primario espresso dalla persona che viene a parlarti: sostegno, nutrimento, contatto, accettazione, rispecchiamento o accoglimento.
E': ascoltare con molta attenzione l'importanza che quella persona attribuisce agli episodi della sua vita.

1. Fidati del tuo sentire, fai con fiducia la strada che hai scelto: se una cosa non ti sembra giusta in assoluto, verifica se può essere giusta per quel momento della tua vita.
2. Valuta il tuo terapeuta dal grado di comunicazione che riesci a stabilire con lui e lui con te e dalle capacità di ascolto.
3. Cerca di avere sempre coscienza di quello che stai facendo per te stesso.
4. Accèrtati che la cura non sia obbligatoriamente esclusiva: non esiste alcuna cura che non possa essere abbinata ad altre terapie.
5. Se non te la senti di fare o proseguire una terapia, probabilemte è ciò che ti puoi permettere in quel momento. Le terapie fatte contro voglia non sono efficaci.

martedì 17 maggio 2011

La Loba

La Loba, o la Vecchia del Deserto, è una raccoglitrice di ossa.
Nella simbologia archetipica, le ossa rappresentano la forza indistruttibile.
Non si lasciano facilmente ridurre, per struttura è difficile bruciarle, quasi impossibile polverizzarle.
Nel mito e nelle storie rappresentano l'animo- spirito indistruttibile.
Sappiamo che l'anima-spirito può essere ferita, anche storpiata, ma è praticamete impossibile ucciderla.

Potete intaccare l'anima e piegarla. Potete ferirla e sfregiarla. 
Potete lasciare su di essa i segni della malattia, e le bruciature della paura.
Ma non muore, perchè è protetta dalla Loba nel mondo sotterraneo.
E' nel contempo colei che trova le ossa e la loro incubatrice.

domenica 15 maggio 2011

Cos'è l'arte sciamanica

Un artista sciamanico può dire moltissimo in pochissimo spazio, lasciando semplicemente che l'immagine si sviluppi dai concetti e dal sapere che egli cerca di di comunicare.
Tutta l'arte sciamanica possiede la capacità magica di avere un impatto diretto sull'osservatore attraverso la trasmissione dell'energia che è entrata nell'immagine quando è stata creata.
Naturalmente le immagini create da un artista sciamanico durante la trance hanno anche la capacità di canalizzare informazioni alle quali la mente razionale dell'artista non può accedere in circostanze ordinarie e che possono diventare parte del programma di educazione che intraprende l'allievo sciamano in generale.

Le cose che noi non conosciamo, le cose veramente magiche, sono tantissime.
Tutto è metafora.

sabato 14 maggio 2011

Il processo di guarigione

"Si crea la necessità di eliminare il veleno e l'energia liberata dall'interno ha in sè il potere di guarire, di rigenerare i tessuti, di far crescere nuove cellule, di ricreare. Prima distruggere, poi creare: ecco il metodo della Dea, della Shakti. Il fuoco brucia le vecchie strutture, sradicandole e ne trasferisce le energie a un livello vibrazionale più alto. Allora l'energia creativa liberata dalla distruzione consente la guarigione di qualsiasi malattia stia affliggendo il corpo: cancro, arteriosclerosi, semplice raffreddore."

Il Risveglio della Dea, Vicki Noble

domenica 8 maggio 2011

Il Lupo Bianco e il Lupo Nero.

Nella Grande Capanna il vecchio sciamano aveva radunato tutti i bambini della tribù per la consueta lezione sui Misteri  della Madre Terra e sul Grande Spirito.
"Ci sono due grandi lupi dentro di me" esordì.
"Uno è nero come la notte, feroce, violento e aggressivo.
L'altro è bianco come la luna, mansueto, calmo e amorevole.
Questi due lupi sono continuamente in lotta: si sfidano, si ringhiano, si inseguono, mordono.
Talvolta sembra che prevalga il lupo oscuro, ma dopo un po' quello chiaro riguadagna la sua posizione; in altre occasioni, sembra il lupo bianco a prevalere, ma quello oscuro riesce sempre a riportare in pari la lotta. "

"E chi vincerà?" chiese rompendo il silenzio un bambino.
Fu allora che lo sciamano fissò negli occhi uno ad uno ogni giovane membro della tribù e, dopo un breve silenzio, sentenziò: "Vincerà il lupo che avrò nutrito meglio."

lunedì 2 maggio 2011

Il virginale amplesso

L'ho scoperto la prima volta sfogliando un bel libro illustrato su Jung che la vita è fatta di passaggi iniziatici che spesso i sogni ricollocano nella loro dimensione mitica quando il mondo non riesce a offrirne una altrettanto poetica.
Poi ricordo che ne "Il risveglio della dea" mi colpì l'immagine della giovane fanciulla interrata per una notte e un giorno come catabasi iniziatica perchè poi potesse ritornare al mondo della luce con i poteri guadagnati nelle tenebre.
Questo perchè solo Persefone può guidare le anime fuori dall'Ade, essendo una delle poche che ne conosce le vie d'uscita.

Mutamenti, variazioni. Iniziazioni.


Ricordo di averne discusso poco tempo fa in tono materno con una mia parente più giovane, spiegandole della sua ansia che non la faceva dormire di notte e del turbamento che viene dalla figura di dentro che tenta di prendere forma, mentre noi siamo sempre più convinti che sia il mondo intorno a essere impazzito.

I guaritori non guariscono mai se stessi.
I guaritori sono essere umani, fragili, vulnerabili.

Sono stata una guaritrice taoista in una vita passata e questa sera mio fratello nel cuore me lo ricordava.
Ora capita che io viva un passaggio che ha del difficile.

Il sentiero è nuovo per molte esistenze eppure... eppure io voglio che esso adesso e ora sia Sacro.

Al mio primo mestruo mia madre non c'era, però quando tornò e ci fu il secondo, lei seppe rendere quel momento sacro.

Mi prese e mi portò a passeggiare e mi spiegò complice un gelato e un bel pomeriggio domenicale che qualcosa era cambiato.
Mi sembrò bello.
Non l'ho mai dimenticato.

Il primo sangue.

Un rito antichissimo.

Un talismano potente, anche.
I taoisti ne sapevano qualcosa, appunto.

Oggi è la giornata sacra di Caledimaggio.
Il Dio e la Dea hanno generato il mondo, ma nella notte si incontrano nel bosco come la Vergine Cacciatrice e il re Cervo e, di nuovo vergini, si concendono all'amplesso che tutto rigenera e rinnova.
La Dea si bagna nella fonte rituale e tutto ciò che è passato trascorre dietro le sue luminose spalle.

Ecco.

L'incontro fra Uomo e Donna è Mistero e forse per la prima volta io sono qui di fronte a questa realtà numinosa.
E, nel giorno sacro della magia fra Dio e Dea, mi prostro, mi inchino, e riconosco la Sacralità.
E, se posso, rimango vigile al processo e rimango santificata dalla visione dell'ultima stanza, quella dove il Re troverà la sua sposa e Novalis colloca il talamo di veli insinuante dove l'ultimo bocciolo attende il cercatore di anima.

Sono di fronte a un Mistero.
Avevo paura.
Sapevo di aver paura.
Ma ora so di essere di fronte a qualcosa di fronte al quale è Giusto avere paura, qualcosa che offre sacro terrore, il Santo dei Santi dinanzi al quale Mosè incanutì per reverenziale spavento.
Non si può osservare un Mistero senza essere preparati.
Chi può tenere il Graal fra le sue braccia?

Una Donna.
Una Signora.
Una Dea.

sabato 23 aprile 2011

Il Sepolcro

Le terapie, l'empatia, la medicalizzazione, l'accanimento terapeutico, la negazione del dolore.
Quando hai a che fare con la sofferenza, conosci sfortunatamente bene il significato profondo di tutti questi termini.
Ricordi le lunghe file interminabili senza volto, in cui la malattia diventa un disegno che sottrae ogni umana definizione.
Ho visto porte chiudersi con violenza e ho visitato luoghi sopraffatti dal proprio karma.
Ho imparato la pazienza.
L'arte dei libri, anche, amici di bellezza nei corridoi dello sconforto.
Ho preteso, dopo tanti anni, che mia madre potesse permettersi il lusso di avere rapporti con i luoghi di cura legati solo alla necessità stringente.
Ho provato molte strade.
Un medico deve convincermi.
Ho imparato che il paziente deve essere un "abile impaziente".
Come ha detto una donna saggia ultimamente, che è a capo di una struttura sanitaria efficiente: "Se una persona mi dice che sente che c'è qualcosa che non va, il mio primo compito è quello di crederle".
Ho scoperto che le donne, quando sono libere da schemi di azione maschile, sono sagge, compassionevoli, pratiche, soprattutto pratiche.
Gli uomini possono fare un gran dire con le loro macchine che sembrano essere così ancorate alla materialità delle cose, alla loro tangibilità.
Le analisi, le controanalisi, gli strumenti, le conferme, i dati certi, il "Non mi dica come sta, mi dica quanto fa di diabete stamattina".
Ossessioni.
Manie del controllo.
Società del padre.
Ciò che è controllabile, è misurabile, è sostenibile, è....
Voglio di nuovo una guarigione che appartenga alla madre, non necessariamente praticata solo da donne,  né solo da uomini, ma da esseri umani con dentro il senso compassionevole, pratico e amorevole della madre.
Una mamma lupo può uccidere il cucciolo ferito a morte nella tagliola, come ultimo atto di amore.
Credo a questa forma di compassione.
Credo che una morte dignitosa che aiuti a liberare dalle catene dolorose del corpo sia un sacramento.
Passare oltre è una scienza, lo sanno bene i monaci tibetani.
La compassione calma il dolore, la vicinanza, il dirsi quanto è rimasto insoluto e, nei termnini del cuore, scioglierlo.
Molta gente è morta felice così.
Bisogna imparare l'arte del passaggio.
Bisogna imparare che si può morire sani e che questa è la guarigione che compiamo tutta la vita.
Io credo in questo: nella possibilità, se abbiamo ben vissuto, di morire guariti.
Ne parlo oggi, che è Sabato di sepolcro.
Chissà che Gesù non guarisse sulla croce la sua paura dell'abbandono, chiamando un padre che sembrava non arrivare.
Un gesto così infantile, questo: il bimbo che inciampa, che va in bici e cade, che ha paura, e chiama il padre, non la madre, badate bene, perchè di solito è il padre che ci guarda le spalle.
E lui non arriva.
O almeno, non subito.
Quanto abbandono si può sentire sulla croce chiamando un padre che non si sente arrivare nel momento della necessità?
Un momento così terribilmente umano.
Ho chiamato questo spazio virtuale, emozionale, vitale, "Per aspera ad astra", perchè credo che nella nostra linea genetica ci sia la possibilità di liberarsi delle proprie croci.
Ancora meglio: che ci curiamo tutta la vita per provare a morire sani e cioè "interi".
Cristo è morto spezzato in molte parti: nelle gambe, nel costato, nella dignità.
Ha pianto chiamando un padre che non arrivava mai.
Ha perdonato i suoi carnefici, lasciandosi dietro ogni brandello di ego.

Dalla croce ha sciolto l'insoluto: ha condonato, ha affidato, ha salvato, poi è morto.
Intero.
La sua è stata la scelta di una morte perfettamente consapevole e quanto più possibile lucida per passare oltre con un corpo di gloria.
Quanto è importate rimanere e curare e confortare e ascoltare?
Qualche tempo fa mi è capitato di farlo e di esserne straziata.
Cristo era un adepto preparato e, nonostante tutto, ha pianto.
Possiamo chiedere una morte benigna 
Possiamo chiedere una malattia umana.
Qualcuno dice che non dovremmo ammalarci, io dico che per fortuna lo facciamo e che, se siamo bravi, passiamo il nostro tempo a curarci, cioè a prederci cura di noi.
Le donne ripongono il corpo amato del Cristo, lo lavano con acqua profumata, lo asciugano con teli di lino, lo ungono con olii ed unguenti.
Infine con amore lo avvolgono nel suo sudario e lo depongono.
Nell'acqua, nell'olio, nei baci, nelle ultime carezze, nelle lacrime, nella pezzuola passata con delicatezza sulle ferite ancora aperte, nella disponibilità ad esserci, nel riconoscere che nella crisi esiste il seme della guarigione, in tutto questo c'è la medicina in cui io credo, quello che tutta la mia vita mi ha spinto a cercare.

domenica 20 marzo 2011

La "seppolella", il toro e la resurrezione equinoziale.

Qui dove io vivo, in queste zone così tanto battute dallo zoccolo del Toro che riverbera il suo nome nei molti siti di origine longobarda (Torello, Tuoro, Montoro), torna per San Giuseppe, ma in realtà per l'Equinozio che bussa alle porte della terra e dei campi, un tipicissimo dolce: la "seppolella", nelle molte sue varianti, da quella cotta, che incoropora una dose di semolino, a quella più contemporanea, a cui talvolta si aggiungono le patate.
Tradizione vuole che questa succulenta delizia venga riproposta, e non casualmente, sia per la festa del Santo artigiano, patrono dei falegnami, che per il Solstizio d'inverno, quando essa viene consumata di fronte al tradizionale "fucarone", bollente, fumante e appena estratta dal dorato olio, quasi il simbolo di una regalità aurea sottratta alla vampa delle fiamme, dono di Prometeo agli uomini.
Perchè la zeppola ritorna in queste due festività e in che modo essa è collegata alla proverbiale fertitlità del toro?
Cinquemila anni fa l'equinozio di primavera nasceva nella casa zodiacale che porta il nome di questo mitico animale che tante leggende occupa e tradizioni, spesso di profonda natura spirituale.
L'aleph fenicio era la testa del toro e così la zeppola che viene raccolta in tal guisa a simboleggiare l'archetipico inizio di tutte le cose, ma non solo.
Nel cerchio che chiude se stesso, nel serpente che morde la sua coda ritroviamo l'antichissimo glifo dell'uroburo, simbolo di eternità, quando ancora essa non significava il procedere della linea retta verso l'infinito dei tempi, bensì l'eterno ritorno di ogni cosa nella stessa essenza, ma con le nuove forme dell'incarnazione.
Così per tutti i dolci che richiamano il cerchio boreale: la ciambella, il roccocò che tanto si consuma dalle nostre parti, nelle zone del napoletano e dell'agro nocerino- sarnese, e che ancora non viene sconfitto dalla presunzione del panettone industriale, ma ribadisce il simbolo antico dello scorrere del tempo.
Quanto per gli antichi era importante il ritorno della Luce?
Già il Solstizio celebrava il primo affiorare del Sole oltre le tenebre del mondo e l'Equinozio è festa intermedia prima che l'ebrezza di Calendimaggio ne sancisca la definitiva vittoria.
Tutto questo periodo si pone in osservazione attenta, nel mondo rurale, dei cicli del tempo cronologico e stagionale, in attesa che, come il ricordo e la memoria tramandano, gli antichi segni si ripetano di nuovo, volta dopo volta, come perenni promesse di abbondanza: gemme sull'albero, uova per le galline, agnelli per il pascolo.
Si attende che il Toro giunga e benedica la terra con il suo zoccolo salvifico (Osiride antico dio del grano che muore e si rigenera, Dioniso- Zagreus smembrato e riassemblato, Cristo morto e risorto, tutte divintà taurine nell'accezione lunare di questa deità archetipica) e nell'attesa si mangiano le zeppole, rituale pasto eucaristico, che rappresentano il corpo del dio, una volta di più "divorato" perchè possa risorgere a nuova forma.

domenica 6 marzo 2011

Del custodire il Seme

Esiste la possibilità di organizzare la nostra esistenza scomposta, frammentata, scollata intorno ad un unico principio riformatore, che è il seme che è stato piantato dentro di noi, destinato a generare, qualora ne avessimo tempo e voglia, la nostra Anima.
Non che qui il Lavoro si concluda.
Questa bella Anima azzurrina e diafana in sè costuisce solo il Ponte, l'Attraversamento, il Camminamento che ci conduce alle soglie del Reame dello Spirito, l'energia sacra, il mondo altro, il luogo in nessun luogo che tutti ci avvolge e ci permea.
Capita a volte di riuscire a sentire la nostra vita come un soffio, il lungo respiro di questo Spirito che tutti ci comprende e ci permea, dal quale crediamo temporaneamente di staccarci quando questo alito attraversa il flauto delle nostre e vite e delle nostre incarnazioni.
E'allora che dimentichiamo l'Origine.

E'allora che diventiamo Io.
Dunque esiste lo Spirito, esiste l'Anima, esiste l'Io.
L'io è una corazza, un viatico che ci diamo per andare nel mondo, soggetto alle leggi del karma, le stesse che determinano il nero della penna del corvo e il bianco della piuma di una colomba.
Così veniamo alla luce biondi o bruni, alti o bassi, tenaci o intransigenti.
Veniamo al mondo con una personalità, frutto delle nostre incarnazioni, e di un carattere, veicolo che accoglie la possibilità per noi di trascendere le nostre caratteristiche. Nella nostra personalità possiamo contenere la paura, nel nostro carattere possiamo trovare la forza per superarla.
Il carattere raccoglie i versamenti dell'Anima, quando permettiamo che il nostro Sè più grande infonda nella nostra vita la nostra missione, il nostro compito.

Gandhi era un avvocato indiano che aveva studiato in Inghilterra, spaventato dalla sua ombra  e paurosissimo, con grosse difficoltà a parlare in pubblico.
Inviato nel Sudafrica per dirimere alcune questioni legali per conto di un suo cliente, tocca con mano a quali sopprusi siano sottoposti i suoi connazionali in quel paese, oltre a tutte le brutture dell'apartheid.

Da quel momento decide di intraprendere i primi passi del lungo cammino di liberazione non violenta del suo popolo, diventando un leader carismatico e rispettato.
Egli stesso racconta nelle sue memorie i primi iniziali atti di personale ribellione non violenta che annunciano un mutamento radicale e spettacolare della sua personalità.

Questo racconto chiarisce bene in che modo la possibilità di venire a contatto con la nostra anima e, dunque, con il nostro senso di missione ci permetta di trascendere i limiti dell'umana natura: di trasfigurarci, usando un termine recuperato dal patrimonio cattolico, e spesso frainteso, per rivelare tutta la luminosità della nostra Essenza.
Gurdjieff teneva esperimenti interessanti su questo argomento.
Aveva capacità ipnotiche da fachiro consumato che talvolta utilizzava durante gli incontri con i suoi adepti per chiarire la natura dei suoi insegnamenti.
Una sera, spiegando cosa fosse l'Essenza, di botto ipnotizzò due suoi convitati.
Il primo, persona nella vita estremamente tracotante, interrogato in stato di trance, rivelò un'Essenza non particolarmente sviluppata, ancora agli stadi iniziali.
Rispondeva come un bambino, dimostrava un'età di molto interiore a quella reale.
Il secondo provò invece di aver sviluppato meglio il suo seme interiore e di aver raggiunto un grado di maturazione maggiore.
Al risveglio, ovviamente, nessuno dei due ricordò nulla.
Nello stato ordinario di coscienza, la personalità copre le manifestazioni dell'Essenza e noi non ne siamo consapevoli.
Ebbene, è intorno a questo seme interiore, destinato a manifestare il Corpo Cristico, per recuperare un termine caro al Cristianesimo Esoterico, che bisognerebbe organizzare tutti gli io che affollano la nostra persona, affinchè siamo condotti alla Terra Promessa.
Così nella rappresentazione della Sacra Famiglia, allestita per la prima volta da Francesco d'Assisi, che non era troppo lontano da certi insegnamenti sufi, Giuseppe (la mente ordinaria) serve Maria ( il centro emotivo superiore) perchè generi l'Anima (il Bambino Sacro).
La mente non capisce, è lenta, ma decide di fidarsi del messaggio di un angelo (l'intuizione) e di occuparsi di questioni che non sembrano di questo mondo (come può una vergine partorire senza aver conosciuto uomo?), in attesa di una rivelazione che sconvolgerà ogni possibile previsione.

Così noi tutti possiamo, volendo, seguire la chiamata di un angelo e recuperare il Centro reale delle nostre esistenze.






La Festa dei Morti a Palermo

“ Pi rifriscarici l’arma ” A Palermo, ancora oggi, per la Festa dei morti, i genitori regalano ai bambini dolci e giocattoli, dicendo loro...